Dovendo bignamizzare, si potrebbe dire che Sebastiano Timpanaro jr. (1923-2000) – precisazione necessaria a fronte dell’omonimia con il padre, storico della scienza – fu uno dei maggiori filologi classici del suo tempo. Non ricoprì mai un incarico universitario, a causa di una grave forma di nevrosi che gli impedì di parlare in pubblico. Dopo un periodo come insegnante alle scuole medie, fu assunto stabilmente come correttore di bozze per La Nuova Italia di Firenze: il dato, succulento per i cultori del biografismo più becero, acquista tanto più valore alla luce del romanzo che la figura di Timpanaro ispirò a George Steiner, dal titolo Il correttore (Garzanti, 1992 – in origine parte della silloge Proofs & Three Parables), tanto sgradito al dedicatario che questi lo definì «libercolo» e «mascalzonata». Un tratto essenziale è in definitiva la poliedricità: Timpanaro si distinse – oltre che per il proprio impegno politico del tutto sui generis – per il contributo fornito alla filosofia, alla linguistica, alla storia della cultura europea dell’Ottocento e agli studi sulla psicanalisi. Non stupisce dunque che un simile profilo, ormai sempre meno di nicchia, non cessi di esercitare il proprio fascino sugli studiosi, senza che le nuove generazioni facciano eccezione.
E sono ad oggi tre, stime alla mano, le ondate commemorative dedicate allo studioso: la prima di esse, coincidente con l’immediato post mortem, si è protratta fino al 2005 e ha condotto – con il concorso dei più eminenti rappresentanti degli studia humanitatis – a una più che florida messe di pubblicazioni; la seconda fase, risalente in sostanza al triennio 2010-2013, si poneva in concomitanza con il decennale della scomparsa e i novant’anni dalla nascita del filologo, caratterizzandosi a sua volta per una discreta mole di scritti ma per un tono, nel complesso, decisamente minore rispetto alla precedente; la terza stagione, apertasi già nel 2022, non si è di fatto ancora conclusa: a quest’ultima appartengono lavori che possono essere ritenuti, per i rispettivi approcci, pietre miliari non solo in riferimento a Timpanaro, ma in relazione alla storia degli studi tout court. Tale è il caso del volume di Luca Bufarale, Sebastiano Timpanaro. L’inquietudine della ricerca (Centro di Documentazione di Pistoia, 2022), espressamente rivolta alla ricostruzione del pensiero politico dell’autore e «il manifesto», «L’ospite ingrato» e Rai Radio 3; vale lo stesso per il monumentale carteggio tra Sebastiano Timpanaro e Scevola Mariotti, curato da Piergiorgio Parroni con la collaborazione di Giorgio Piras e Gemma Donati (Edizioni della Normale, 2023), che a suo modo rappresenta – si perdoni il salto concettuale – una sorta di Infinite Jest degli epistolari tra filologi classici (per giunta disponibile gratuitamente on-line: https://edizioni.sns.it/wp-content/uploads/2024/05/CarteggioTimpanaroMariotti.pdf). Il 2025 è invece l’anno in cui – per mezzo di una prosa funambolica e una decina scarsa di capitoli-fiume – il latinista australiano Tom Geue ha consegnato alle stampe la prima monografia in inglese esplicitamente dedicata a Timpanaro: Major Corrections. An Intellectual Biography of Sebastiano Timpanaro (Verso Books, 2025) è un libro che presenta in sé tutte le caratteristiche perché, wildianamente, se ne parli.
Mosso dalla volontà di approfondire le ragioni di un’attrazione avvertita quasi magneticamente e di esorcizzare la presenza di alcuni demoni, tra cui il proprio rapporto con la filologia, Geue si propone di ricollegare (impresa ardua come poche) tutti gli aspetti di una produzione vastissima e contraddistinta dal concetto di “unità nella varietà” (al di là delle difficoltà di Timpanaro ad aderire pienamente al concetto gramsciano di “intellettuale organico”): non è un caso che l’autore si prefigga di redigere – come da titolo – una biografia intellettuale, specifico sottogenere della prosa scientifica. A questo scopo, Geue ha cercato di compiere un’immersione – e il più possibile “dall’interno” – nei diversi ambiti specialistici di cui Timpanaro si occupò: ha dunque fatto ricorso, oltre che alla bibliografia più nota, a molti dei carteggi custoditi presso l’Archivio della Scuola Normale Superiore di Pisa, ove ha trascorso fisicamente circa un semestre e da cui ha tratto, come era auspicabile, più di uno spunto. Va detto che una simile fatica, di per sé meritoria per impegno e mole, può risentire – agli occhi di un pubblico (piuttosto che, come talora si ritiene, di una fan-base) formatosi culturalmente nel vecchio continente – di un filtro parzialmente sensazionalistico. Se, in sostanza, Geue sta attento rievocare il passato ma senza “ventriloquizzare” (parole sue) al fine di non iurare in verba magistri, alcuni azzardi sembrano spostare la percezione di Timpanaro su una dimensione “pop”, o comunque mainstream, e piuttosto vicina al ritratto a suo tempo operato da Steiner. Un esempio in tal senso può essere il titolo del capitolo 4, A Material Boy, con un chiaro rimando a Madonna, o la stessa intitolazione del volume: vero è che le Major Corrections potrebbero d’istinto indurre a pensare a Le correzioni di Franzen o – più prosaicamente – alle peer review accademiche, ma il più esplicito riferimento sembra proprio rivolto a Il correttore, il cui protagonista – avvertendo il portato simbolico della propria professione – si rapportava alle bozze come se emendarle implicasse un «togliere gli errata dalla storia». Detto ciò in via preliminare, l’operazione di Geue resta complessa e merita un’analisi che oltrepassi i termini della mera impressione generale o l’aspettativa pregiudiziale di ritrovarsi semplicisticamente a contatto con l’ala culturale di Perry Anderson, se non della «New Left Review».
Né apologetica né panflettistica risulta l’Introduzione, che da una lettera a tale Antonio Perin – che in Timpanaro avrebbe visto un role model – mette in discussione la leggendaria modestia timpanariana, agli occhi di Geue spesso motivata da una simbiosi “protettiva” verso i genitori. Così, benché il rifiuto di ogni protagonismo sia in linea con il tipo di marxismo cui il filologo aderì, la vera ragione dell’atteggiamento risiederebbe nel voler assolvere la madre (grecista rigorosa e donna politicamente schierata) dall’essere stata, in anni giovanili, a contatto troppo stretto con i circoli poetici della Napoli del primo Novecento; parimenti, si vuole cogliere una qualche valenza quasi edipica nelle resistenze di Timpanaro all’idealismo, il che sottenderebbe il tentativo di assolvere un padre nominato, per il proprio incarico di responsabile della Domus Galilaeana, direttamente da Gentile. Certo Geue mira a non ricadere in cult e hagiography: d’altra parte, come è indubbio che Timpanaro mal digerì Strutturalismo, Scuola di Francoforte e Freud (epigoni compresi), sostenere che il rapporto con la psicanalisi non fosse ottimale per via dei suddetti problemi psichici può non risultare il più conciliante dei punti di vista. Molto del libro si gioca su un Timpanaro “detrattore”, o comunque “contro”, in funzione di uno schema di dicotomie tra amici e nemici, o rivali e alleati, a tratti forse estremizzato: così – in linea con le istanze di Bufarale – lo studioso è con ragione incluso entro un complesso quadro socio-politico cui vanno ricondotti un profondo senso anti-burocratico, una mai celata insoddisfazione per le posizioni assunte dal Partito Comunista (è significativo il tesseramento per PSUP e PdUP) e la necessità di sperimentare una vicinanza alla classe lavoratrice altrimenti preclusa, e che Timpanaro poté vivere a pieno solo tra 1959 e 1983, quando cioè lavorò alla Nuova Italia. Ma le opposizioni dualistiche messe in rilievo dall’autore, come detto, non sono poche e vanno forse rimesse a punto: Timpanaro fu sì un filologo formale, ma non fu ostile all’indirizzo storicistico; fu senz’altro più “conservatore” rispetto al testo, ma tutt’altro che inabile alla congettura (e i formidabili “congetturatori artisti” del passato non furono certo ridotti ad “avversari”); fu infine “anomalista”, a patto che ciò vada inteso in contrapposizione agli “analogisti” che applicarono meccanicamente e all’eccesso il criterio dell’usus scribendi. Non è finita: se è corretto affermare che il cosiddetto “metodo del Lachmann” sia in realtà il risultato di un tessuto di intermediari – e Timpanaro fu maestro nella valorizzazione di “minori” –, lo stesso Lachmann non può essere ritenuto un “nemico”.
Altrettanto delicato – non solo in termini di partigianeria effettiva o supposta – è il terreno che anima le pagine riservate alla nozione di “romanticismo”, simbolo dei periodi storici «misrepresented» che per Timpanaro avrebbero costituito – al pari di altri “-ismi” – un’ossessione. E dal ben noto amore per Leopardi – non privo di una punta di autobiografismo –, Geue passa in rassegna i profili di Pietro Giordani (un pensatore “obiettivo” per definizione), di Theodor Gomperz (il vero prototipo di intellettuale) e, risalendo al Settecento, del barone d’Holbach (del cui Bon sens Timpanaro fu editore e commentatore per Garzanti). C’è sempre, sottinteso, il tema di un approccio alla cultura attraverso gli strumenti della verità, magra consolazione in mano a chi si opponga a un nemico (quale è la natura) ben peggiore del capitalismo, motivo per cui – e si sprecano i rimandi a La ginestra – perde di senso il libero arbitrio. E proprio in nome della verità, Geue ricorda la polemica, resa nota attraverso «Il Ponte», sulla pubblicazione – bloccata dagli eredi nel 1983 – di inediti leopardiani; degno d’interesse è qui l’elogio di Margherita Hack, inclusa tra i pochi capaci di cogliere il valore della giovanile Dissertazione sopra l’astronomia. E tra queste istanze si snoda un punto importante: definire Leopardi un marxista ante litteram sarebbe una forzatura; non lo è, al contrario, l’idea che il pensiero leopardiano sarebbe stato d’aiuto a decodificare precisi aspetti del marxismo e del materialismo stesso. Non parrà in contrasto con quanto visto fino ad ora il contenuto del capitolo 5 (Freud’s Slips), che prende le mosse dall’atteggiamento timpanariano nei confronti del metodo freudiano, così spesso non passibile di verifica e tendente al clamore, oltre che appannaggio di un ceto sociale in grado di potersi permettere un simile sfizio. Va ricordato anche come, in anni successivi alla pubblicazione de Il lapsus freudiano. Psicanalisi e critica testuale (La Nuova Italia, 1974), Timpanaro abbia tenuto a rendere noti anche i punti di contatto rispetto a Freud, non demonizzato in toto, ma sottoposto al vaglio degli strumenti (così tremendamente «unsexy») della filologia: resta memorabile la demolizione delle diagnosi relative ad alcuni celebri lapsus, come il mussoliniano «Anassagora» per «Protagora», dei frequenti errori di trascrizione del cognome dello storico Niebuhr o del ricordo inesatto di un celebre verso virgiliano.
Un’ulteriore ventata di anticonformismo si respira nella ricostruzione della genesi dell’interesse per la linguistica ottocentesca, imperniato su figure cruciali quali Graziadio Isaia Ascoli e Carlo Cattaneo, nonché di un marginale come Giacomo Lignana: è il secolo dello studio del sanscrito, dei tentativi di ricostruzione del proto-indoeuropeo, del boom di Saussure e di derive razzistiche della linguistica attraverso un uso parziale di Darwin. Il cerchio si chiude con la resistenza di Timpanaro a classificare parte dei propri studi come “critica letteraria”, etichetta assai poco digeribile: eppure egli non mancò di fornire disamine in senso qualitativo dei corpora di autori come Brecht e Balzac, Sterne e De Amicis, per non parlare di Carlo Bini. Contestualmente, Geue ha rilevato la presenza di un solo, isolato accenno al cinema per litteras, fatto cui varrà la pena abbinare, come contraltare, la passione musicale che Timpanaro nutrì fin da bambino e di cui si ha notizia in più di una testimonianza. Si segnala poi un excursus sulle polemiche più celebri, alcune delle quali raggiunsero – per toni e contenuto – un’asprezza che amareggiò Timpanaro nel profondo. In chiusura, Geue ribadisce un primato definitivo: quello del valore della verità sulla bellezza. In virtù di un simile assunto, si potrà rilevare come la biografia qui delineata, mai slegata – almeno sulla carta e per quanto possibile – dal piano ideologico, riesca a rendere un’idea della complessità di una mente tanto viva e criticamente sollecitata, a patto che il lettore venga messo in guardia dal rischio di non convertire i lineamenti fatti emergere da Geue nelle fattezze di un nevrotico misantropo, filologo in quanto ossessionato da minuzie e, parimenti, dalla possibilità di coniugare generale e particolare in un unico, continuo filo conduttore dell’esistenza. Di certo, ammesso che mancassero pretesti per far discutere di Timpanaro anche fuori dall’Europa e al riparo da ogni idolatria, il libro di Geue assolve pienamente il compito. Quanto ad una piena “assoluzione” della filologia, sarà – forse – necessario un altro tentativo.

Tom Geue, Major Corrections: An Intellectual Biography of Sebastiano Timpanaro, Verso Books, Londra-New York 2025, 288 pp. 34,95€






