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Curare l’albero genealogico. Su Malbianco di Mario Desiati

Giorgio PavesidiGiorgio Pavesi
7 Luglio 2025
in Letterature
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Curare l’albero genealogico. Su  Malbianco  di Mario Desiati

Come in tanta letteratura recente, il tema principale di Malbianco, l’ultimo romanzo di Mario Desiati, è il trauma. Non si tratta solo della frequenza con cui il termine ricorre nel testo, associato agli episodi che lo causano e ai conseguenti riverberi sulla psiche di chi lo vive, ma di una messa a tema apertamente dichiarata: Marco Petrovici, narratore e personaggio principale, dà conto di un lungo percorso di scoperta e ridefinizione del proprio passato familiare, alla ricerca di nodi misteriosi e, appunto, traumatici («In anni di terapia ho imparato che la famiglia è la culla del trauma originario», p. 15). Se è vero che è presente uno sforzo ricognitivo – la ricerca di dati e informazioni sui rami dell’albero genealogico –, il fine non è tanto la musealizzazione dei reperti, quanto la stesura di un quadro coerente che apra alla comprensione del passato e chiarifichi il presente. Lo mostra bene la metafora dei cocci («È come quando gli archeologi si imbattono nel frammento di un vaso antico. È la tecnica del coccio. Da un pezzettino minuscolo si ottiene la proiezione del tutto», p. 66), frammenti da trovare e recuperare, da provare a mettere insieme anche con l’immaginazione («Negli anni ho fatto largo uso dell’“immaginazione dei timidi”, riempiendo i vuoti con l’invenzione. […] Un’arte che ha un nome tutto suo: “pseudologia”», p. 40) e, quando possibile, da saldare con una colla di verità.

Le prime pagine del romanzo ci restituiscono il profilo di un uomo scarsamente realizzato sul piano professionale, assiduo frequentatore di sedute psicoterapiche e un po’ drama king («Come tutti i nevrotici che ritengono d’avere gusto estetico, trasformavo i miei drammi in occasioni mondane. La sera tornavo a casa e svuotavo nella pancia una bottiglia di bollicine», p. 10). Il protagonista vive a Berlino, ma ben poco della storia è ambientato lì: colto da una serie di svenimenti, Marco decide di tornare nella Puglia natia per fare degli accertamenti medici, e sceglie di rimanervi. Il contatto con le radici crea nuove malsane dinamiche domestiche, anche se sono le dinamiche passate a rimanere ancora irrisolte. La ricerca parte dal prozio Pepin (Vladimiro) Petrovici, fratello del nonno paterno, Demetrio, la cui parabola esistenziale è inizialmente ricostruita grazie al poco che Marco è riuscito a sapere, negli anni, dai racconti dei parenti, poi arricchiti delle informazioni contenute in un quaderno lasciato dall’omonimo zio paterno, Marco Petrovici, fratello di Use (Giuseppe) Petrovici. Dopo aver fatto luce sulla figura di Pepin, il ‘ramo spezzato’ che dà il titolo alla prima sezione, arruolato nell’Armir, divenuto disertore una volta giunto in Russia e quindi motivo di vergogna per i parenti, vengono ripercorsi pazientemente gli snodi del complesso sistema parentale. Marco si immerge completamente nella materia, sondando gli ignoti natali di Addolorata (madre di Pepin, Demetrio e di un terzo Marco), la donna degli asini (Asini e lupi è il titolo della seconda sezione), e andando a fondo nella storia di nonno Demetrio, prigioniero dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Un romanzo con sviluppi, agnizioni e rivolgimenti, ma che accoglie anche delle costanti, veri e propri fili rossi, tra cui spicca il nome ‘Marco’, proprio di tre membri del gruppo familiare e marchio di predestinazione: «Ho sempre creduto che in un nome si nascondano le emozioni, le speranze e a volte anche le frustrazioni di chi l’ha scelto. Nel nome c’è il desiderio consapevole o inconsapevole di chi quel bambino si desidera che diventi» (pp. 6-7). Il titolo della terza sezione, Una canzone yiddish, rimanda a un altro filo rosso: una melodia cantata, ascoltata e riconosciuta in vari momenti da più componenti della famiglia, dapprima solo una specie di testimone musicale tramandatosi nel tempo, infine tassello fondamentale per riuscire a scoprire le radici tanto nascoste dell’albero. A proposito di piante, il ‘malbianco’ del titolo, ripreso anche nel nome dell’ultima sezione, è un parassita che attacca il fogliame ricoprendolo con una patina biancastra, drenando vigore e alterando l’aspetto: così accade anche nella famiglia Petrovici, che per vergogna e perbenismo ha coperto tanta parte della propria storia. Ecco la duplice natura dell’operazione di archeologia familiare: rimuovere il parassita permette da un lato di avere un’immagine più nitida dell’albero (genealogico e no), dall’altro lo risana.

Quattro capitoli, dunque, ma non si pensi che l’architettura del testo mostri rigidità compositive, geometrie stringenti e ossessione per lo schema, perché Desiati dà prova di saper maneggiare gli strumenti del prosatore costruendo un intreccio articolato ma in equilibrio tra progressioni della storia e suspense, enunciazioni di nuove informazioni e stasi riflessive. Voglio dire che si amalgamano bene i personaggi dei genitori del fratello della cognata dei nipoti, i ricordi privati dell’infanzia e della gioventù (per esempio, il rapporto speciale con zia Ada), le storie recuperate, gli stridori urbani (Taranto e gli impianti siderurgici) e la quiete del bosco (quello in cui c’è la casa di zia Ada, poi residenza dei genitori di Marco), amori finiti e trasformati in amicizie preziose (con Luisa, ex moglie di Marco, e Michela, la sua prima fidanzata), amare stilettate della psiche (ansia e attacchi di panico, modi in cui «la memoria famigliare compare sul corpo», p. 57). La lettura, insomma, non risente della complessità della costruzione e anche la folla di nomi, inizialmente ostica da dominare, è ripresa in uno schema, posto alla fine della prima parte, che rende più semplice orientarsi. Possono semmai saltare all’occhio certi affondi un po’ stucchevoli: «[…] ci emozionavamo così tanto che eravamo arrivati a scambiarci i brividi, oltre ai baci. Abbiamo iniziato ad amarci un po’ di meno quando abbiamo smesso di leggerci poesie» (p. 94).

Malbianco potrebbe ricordare certe memorie di famiglia, scritti che prendono in esame più generazioni (tipicamente almeno tre) e ne raccontano vita, morte e miracoli per dare ai lettori un affresco ricco di umanità, sempre narrato e filtrato da un membro del gruppo. Pur rimanendo lontano dai modi tipici del poliziesco, è anche il resoconto di un’indagine minuziosa, basata non solo su racconti tramandati in famiglia o sul quaderno di uno zio, ma svolta anche in biblioteche e archivi, addirittura andando sul campo (si vedano i viaggi in Germania per cercare tracce del passaggio di nonno Demetrio). Verrebbe allora da parlare di diarismo, ma l’etichetta sbiadisce di fronte ai piani temporali sfalsati, in un testo in cui la successione cronologica degli eventi non è sicuramente il principio ordinatore, sebbene non manchi del tutto la consequenzialità. Forse si tratta di una lunga confessione, di quelle da fare o portare a un analista come il dottor Lipari, che aiuta Marco nel percorso di guarigione e lo sollecita a perseverare nella ricerca.

Al di là delle ipotetiche consonanze tra generi letterari, un libro a cui Malbianco rimanda è Spatriati, che è valso a Desiati il Premio Strega 2022. Senza pretese di esaustività, si possono trovare delle affinità tra Marco e Francesco, che da Berlino torna in Puglia trasferendosi in campagna, con fisionomie identitarie in parte simili: sessualità fluida, amore per la poesia, un certo disamore per i rispettivi lavori, forte attaccamento affettivo ad alcuni parenti, ad amiche o amanti. A tutti e due tocca far fronte a un orizzonte familiare ingarbugliato e spesso ostile: in modi diversi, ad appesantire Francesco sono soprattutto il padre e la madre, ai quali si aggiunge la platea umana di Martina Franca; Marco vede l’origine del trauma nella reticenza dei genitori e, più in generale, nelle disfunzionalità della propria famiglia. In entrambe le opere vengono rappresentati individui stratificati e complessi, legati a doppio filo ai luoghi natali, resi tridimensionali da acute autoanalisi e umane fragilità; invischiati ora nei dubbi ora nel dolore, ma infine agenti, coraggiosi. Desiati, insomma, ha parzialmente ripercorso un sentiero già battuto, ma riproponendo i topoi già frequentati li ha rimodulati, dando l’idea, più che di un calcolo strategico, di voler consolidare una personale linea di poetica.


Giorgio Pavesi recensisce "Malbianco", il nuovo romanzo di Mario Desiati pubblicato dopo la vittoria del Premio Strega 2022 con "Spatriati".

M. Desiati, Malbianco, Torino, Einaudi, 2025, pp. 400 pp., € 21.  

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Tags: Einaudiletteratura italiana contemporaneaMario DesiatiPremio Stregaromanzosaga familiare
Giorgio Pavesi

Giorgio Pavesi

È nato a Verbania e si è laureato in lettere moderne a Milano, città a cui vuole bene anche se non ha il lago. Gli piace scrivere, ma ogni tanto si blocca e va a fumare una sigaretta; gli piace leggere, ma a volte è troppo stanco e si addormenta. Come compagni di corso avrebbe voluto avere Pirandello, Woolf, Steinbeck, Soldati, Meneghello e Mina.

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