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La memoria (de)forma: Lettere minuscole di Ilaria Grando

Lorenzo BertodiLorenzo Berto
23 Maggio 2025
in Letterature
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La memoria (de)forma: Lettere minuscole di Ilaria Grando

Se ci si addentra nelle componenti che da secoli sostanziano la letteratura, tra amore, dolore e identità, ve n’è una che tutte le guida e le lega tra loro: la memoria. Da Omero ai classici contemporanei, questo strumento nonché tema narrativo è di sua natura inattendibile, fallace, deformante; al tempo stesso però è sprone per risvegliare, scarcerare, redimere. D’altronde, è il grande maestro del ricordo – Proust – a suggerire che «troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso». Non è di certo inedita l’associazione della memoria all’ormai inflazionato pharmakon (cura e veleno) greco, eppure tale rapporto appare immediato non appena si varca la soglia testuale – ossia la copertina – dell’esordio di Ilaria Grando: Lettere minuscole, pubblicato da Terrarossa lo scorso 13 febbraio nella collana Sperimentali.

Se tendenzialmente la memoria viene adoperata dall’autore – tanto nell’autobiografia quanto nella fiction – per mostrare l’alterazione con la quale si è soliti ponderare il passato, nel romanzo di Grando, a partire dall’esergo che viene revisionato e riscritto ben sei volte, appare chiaro come questa sia lo strumento imprescindibile – quasi fondante – della scrittura dell’autrice (classe 1992, ha conseguito un dottorato in Storia dell’arte americana presso l’Università di York e, prima di arrivare alla stampa con la casa editrice di Bari, ha pubblicato racconti su «Nazione indiana» e «Risme»): «I believe in timing / Cookie Muller / La frase l’ha detta Cookie, è riportata, ricordata (non lo so). / La memoria è un casino, la mia, quella di Nan, quella di Cookie» (p. 9).

Un casino, dunque, è ciò che fa avverare la penna di Grando in questo libro che è diario, flusso di coscienza, filastrocca e romanzo; un casino poetico, impetuoso e aggraziato. Perché in Lettere minuscole non solo le parole sono gestite con maestria, ma lo è anche la loro disposizione sulla pagina; non vi sono capitoli, o meglio i capitoli sono composti da un unico flusso che scivola tra «una rima stonata» e «una rima malata», tra parentesi tonde, bianchi tipografici, onomatopee, grassetti e corsivi. Grando propone al lettore frammenti – schegge – di prosa, alcuni in versi, che si gettano – quasi inciampano – l’uno nell’altro assecondando la sola corrente offerta dal ricordo, a conferma di quanto sosteneva Wilde, ovvero che «la memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé». Per molti punti di vista l’atteggiamento di Grando sembra rispecchiare la postura narrativa assunta più volte da Clarice Lispector, menzionata non a caso in bandella: «Sono inopinatamente frammentaria. Sono pezzo per pezzo. La mia storia è vivere».

Non è difficile, dunque, comprendere come questo esordio sia annoverato negli Sperimentali dell’editore, che vuole dare spazio «agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica». Dal già citato esergo fino all’ultima riga dei ringraziamenti, la giovane autrice compie un «atto magico» lungo 155 pagine:

«Ho scritto / questo libro in un momento buio. Ho scritto senza pensare. Ho scritto per urgenza. Questo libro è stato chi ero per molto tempo, separarmene è stato difficile. Ma i libri, come mi ha detto Dianora una sera guardando i cani correre in Campo Santa Margherita, vanno lasciati senza guinzaglio. / Spero che le mie parole corrano lontano, / questo è il mio atto magico» (p. 154).

Una gestione della parola, quindi, a briglia sciolta; se da un lato il lettore è chiamato – forse ipnotizzato – a seguire questo convulso flusso narrativo, dall’altro va detto che il testo di Grando non è immediato: la lingua scelta dall’autrice impone, prima ancora di venire letta, di essere ascoltata. Per questo il libro ben si accompagna con una lettura a voce alta, per apprezzarne i suoni – i suoi «click» e i suoi «tac» –, per lasciarsi avvincere dalla riscoperta delle rime più semplici («piena di rose piena di cose», p. 13), per soffermarsi sulla verità custodita dalle parentesi tonde:

«[…] cerco in una parentesi tonda (come si addice alle cose oscene; come si addice alle cose vere) quello che ho lasciato lì, tra le fessure, in mezzo alle dita. […] Lascerò emergere le cose così (come vengono) tra le fessure, tra le dita (rugose). Vi darò in pasto frammenti (parziali, disordinati, per voi già mangiati, digeriti, espurgati)» (pp 13-14).

È una lingua che si imprime sulla pagina seguendo l’alternanza di luce e buio: come l’autrice ha già avuto modo di affermare in alcune interviste, il ritmo guizzante, frammentato e nervoso del libro è il riflesso dei tempi di composizione del testo, il quale ha preso forma a tarda notte, dopo il rientro da lavoro, o la mattina all’alba, prima di uscire; insomma, un libro anch’esso costruito «tra le fessure» di una giornata. Questo susseguirsi di giorno e notte, di chiarore e oscurità, nelle pagine di Grando è brulicante di vita: se molto si è detto della forma di questo esordio, è bene ricordarne anche il contenuto.

Cosa dimora in Lettere minuscole? In definitiva, la concezione – sofferta – dell’essere donna: «Le dico che scrivo. Mi chiede di cosa. Le parlo di un romanzo, di frammenti, farfuglio qualcosa sulla prima persona. Julie tace. Sì, dice infine, ma di cosa parla il tuo libro? Dillo in una frase. Mi accorgo che mi basta una parola. Dolore. Julie sorride. Certo, dice, sei una / Donna, / sii Donna» (p. 104). È qui che Grando si approssima al pharmakon della memoria: getta una sonda nella propria storia, ripercorrendo le tappe di dolore che ha raccolto negli anni, seguendo la suggestione offerta dai luoghi e dalle persone, come se rispondesse all’appello di molteplici madeleine proustiane. Nel farlo, riapre ferite, e nel frattempo le richiude: danno e rimedio assieme.

Immergendosi nella pagina il lettore balza da un tempo all’altro, tra le spire di un passato più o meno prossimo; viene ospitato da geografie diverse – Milano, Venezia, Parigi, Londra, New York – sulla scia di ciò che ha segnato – graffiato – la protagonista. Innanzitutto il rapporto travagliato con il proprio corpo, oggetto sessuale e sessualizzato:

«La ragazza si scuote per un momento, non pensa al dolore, si scruta dentro. Lo specchio riflette un volto affilato, impressione di un tempo che è già passato. Due occhi grandi color verde oliva e un naso piccolo un po’ da bambina. Il collo lungo bianco sottile, le spalle un mucchio di ossa assassine. Spigoli stretti di un mondo a pezzetti, che prende, che schiaccia, e raccoglie i difetti» (pp 35-36).

Ecco allora che la carne diventa riflesso dei tormenti dello spirito, terreno sul quale affondare il proprio senso di inadeguatezza, con i tatuaggi come strumento di cancellazione, i 25 grammi di Sertraline come illusione di felicità e l’ombra dell’autolesionismo – forse addirittura suicidario – nell’orizzonte delle possibilità: «[…] mi lascio ferire ché quello che voglio è solo sentire. Ascoltare il corpo dimenticato mostrarmi i segni di quello che è stato» (p. 49). Carne che non viene (ab)usata solo dalla protagonista, ma anche dagli uomini, le lettere minuscole di Lettere minuscole: elle, esse, emme sono i volti – trascurabili seppur incisivi – di coloro che hanno innestato nella vita di questa giovane ragazza l’instabilità, l’insicurezza, la caduta; che hanno reso la sua mente insana, bersaglio della paranoia, della sproporzione tra il reale e la realtà del sentirsi sbagliata: «La psicologa mi chiede che obbiettivi ho per la settimana. Rispondo rimanere viva. Lei sorride» (p. 111).

Questo è un libro che dà spazio all’amore, ai suoi tumulti, ai suoi inciampi, alla sua fine disillusa; al contempo, però, lascia respiro anche a una consapevole riscoperta, a un timido riscatto: «Forse l’amore non è altro che questo. Quello che hai, quello che puoi» (p. 27). Di qui le lettere maiuscole del romanzo, le donne della vita della protagonista, figure amiche e accudenti che, nella vicinanza su un muretto di Venezia o nella casa a York, aiutano a risanare in lei ciò che c’è di franto e frangibile attraverso il poderoso seppur semplice strumento celebrato in questo libro: la parola, quella parola che – ancora una volta Lispector – è «il mio dominio sul mondo».

«Cadono parole, cadono da ore. Come pioggia silenziosa, come pioggia rumorose.
Coprono tutto, prendono tutto. Corpi, case, barche, strade. Parole sussurrate, parole immaginate. (In cucina sospirate).
[…] Parole silenziose, parole rumorose. Calde dei baci mai dati, dei baci sognati, con la lingua accarezzati, tenuti, consumati; baci bagnati, baci infradiciati, alla bocca incatenati». (pp 25-26)

Se di «atto magico» in Lettere minuscole si può parlare è perché nella pagina si percepisce il respiro della riflessione, volta in un momento al dolore, in quello subito successivo al gesto della scrittura; nello spazio della memoria architettato da Grando, si fa fatica a distinguere – ed è un incanto! – l’umano dal letterario, ciò che in questo libro è fatto di carne da ciò che è composto d’inchiostro.

Così Lettere minuscole, con le sue ricorsioni e i suoi ritornelli, diventa un referto di vita, di quella “vita conosciuta” di cui ha già parlato Anaïs Nin, scrittrice più volte citata all’interno del testo, nonché modello imprescindibile della giovane autrice: «La vita è davvero conosciuta solo da quelli che soffrono, perdonano, sopportano le avversità e inciampano di sconfitta in sconfitta». Tra consapevolezza del dolore e urgenza di redenzione, forse è questo uno dei difetti – se di difetto effettivamente è lecito parlare – dell’opera: nel narrare non vi è distacco; nelle pagine di Grando si scorge la macchia del vissuto. L’esercizio – di guarigione e di stile – avviato con la scrittura sembra un processo in fieri; e se è vero, sempre citando Nin, che «se non respiri attraverso la scrittura, se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo, allora non scrivere», al tempo stesso tutta questa viva partecipazione dell’autrice nel testo può risultare un ostacolo alla libera appropriazione del testo da parte del lettore, che rischia di sentirsi sporcare del peccato di aver invaso indebitamente un territorio straniero.

Un minuscolo riassunto di Lettere minuscole, allora? Un esordio audace, denso, vistoso tanto nei suoi chiarori quanto nelle ombre; un testo che si affaccia sul femminile, sul dolore, sul corpo e sull’amore; un libro che presta la penna alla memoria, che forma e deforma. Insomma, un romanzo sperimentale su cosa significhi percepire il morso di esistere: «Fammi sentire (perché ho bisogno). / Fammi sentire (dentro un sospiro) / fammi sentire che sono / (vivo)» (p. 116).


Ilaria Grando, Lettere minuscole, Terrarossa, Bari, 2025, 15,50€.

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Tags: letteratura italiana contemporanearomanzoterra rossa
Lorenzo Berto

Lorenzo Berto

Classe 1999, è laureato in Filologia Moderna presso l’Università di Padova. Da sempre legato al mondo della parola, è stato relatore del Ventunesimo Seminario Tondelliano di Correggio e ad oggi cura una pagina letteraria online (“fauna_letteraria”)

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