Arrivo e Buenos Aires è verde. Sarà perché in Italia è inverno e qui, invece, la primavera esplode, coi Jacarandà in fiore, sarà perché ovunque ci sono queste cocorite verdissime che urlano molto o perché le piante che siamo abituati a considerare fragili, ornamentali, qui vivono ai bordi della ferrovia, negli interstizi, nelle crepe.

Il lavoro in agricoltura ci permette una pausa invernale, la sfruttiamo per un viaggio in Argentina. Javi torna casa, io attraverso l’oceano per la prima volta. Non lavoriamo, ma nemmeno smettiamo mai di pensare a quel che faremmo a casa: l’agricoltura sociale, gli innesti o il recupero urbano.

Accompagnati da murales vivaci, che ricoprono quasi ogni parete, ci immergiamo nelle strade di Buenos Aires, dove mi pare che agli alberi vengano lasciati spazio e dignità. Sono tanti, tantissimi e di molte varietà diverse: lungo i marciapiedi, nei giardini, negli orti, nei parchi.

I parchi, qui, si chiamano plazas, piazze: è inevitabile pensare al significato simbolico di questa parola e, in effetti, sono davvero luoghi di incontro, di scambio, di mercato, pullulano di persone, soprattutto giovani: chi medita, chi passeggia col cane, chi legge, chi fa lezioni di zumba, chi si siede solo a parlare, condividendo un mate (la quantità di thermos e mate nelle mani della gente mi ha fatto sentire come in una cartolina caricaturale dell’Argentina). Ci dicono che molte persone, in questi ultimi anni, “semplicemente” si sono abituate a stare nelle piazze facendo quello che prima facevano al chiuso.

Pedaliamo nei Boschi di Palermo, ché Buenos Aires è la città più italiana fuori dall’Italia che abbia mai visto o anche solo immaginato. I boschi sono giardini immensi del quartiere Palermo, ben curato e pieno di locali. Pedaliamo perché la bicicletta è il mezzo più agile, che ci permette di spostarci in questa scacchiera e nei suoi parchi, spesso attrezzati con piste ciclabili, piste per pattini e skate, sentieri pedonali, carretti per i popcorn e venditori di gelati.

In questa zona della città passiamo per il Giardino Giapponese, una perla di precisione; il Giardino Botanico, che inghiotte il rumore del traffico; il Rosedal, un giardino di rose profumatissime e l’Ecoparque, che sta cercando di emanciparsi dal suo passato di giardino zoologico.

Spostandosi verso il centro e il Rìo de la Plata, invece, si trova la Riserva della Costanera Sud, una terra rubata al fiume. Inizialmente erano residui gettati nel fiume provenienti da interventi di urbanizzazione, in qualche tempo l’acqua e la vegetazione hanno trasformato questi scarti in un ecosistema che è stato riconosciuto come riserva e tutelato dagli inizi degli anni ’80. Sul lungofiume, che sembra un mare, oltre alle piante e agli uccellini, incontriamo un paio di animali che qui chiamano lucertole, ma hanno le dimensioni di iguane e attraversano la strada senza preoccuparsi di sembrare dei dinosauri.

Tra i grandi parchi urbani si trova poi quello dell’Agronomìa, la facoltà di agraria, tra tutti forse il più vivo, il più frequentato, da studenti ma non solo, specialmente nei giorni di mercato, la feria. La fiera dell’Agronomia è incredibile: mescola il mercato di Santa Lucia a Napoli, le bancarelle della festa multiculturale di Parma e il mercato di campi aperti a Bologna, ogni bancarella colorata è una piccola opera d’arte.

Guardandole, penso che l’arte mi è sempre apparsa, quasi inconsciamente, come qualcosa di distante, passatempo per geni sporadici. Mi colpisce qui la sua popolarità, nel suo significato più semplice: la varietà di forme artistiche che si incontrano non solo tra le vie di Buenos Aires, nei mercati, sui muri, ma anche nelle case, nei racconti, nelle mani delle persone comuni. L’arte di saper fare, la capacità diffusa di produrre manualmente cose esteticamente belle di uso quotidiano, che richiedono una competenza, un’arte appunto, che quasi non si riesce a spiegare: si fa.

Si lavorano il cuoio o il legno, si modella l’argilla, si tesse al telaio, s’intrecciano palme e giunchi e, naturalmente, si dipinge, si scolpisce, si disegna. E non sono arti relegate a un luogo di memoria o a poche mani anziane che ancora riproducono gesti antichi, al contrario, ciò che colpisce è la gioventù artigiana di Buenos Aires, che mette quasi speranza nel futuro.

Questa propensione per l’arte e la creatività, si nota tantissimo anche negli orti, che, ovviamente, siamo andati a cercare ovunque. L’orto in spagnolo si dice al femminile: la huerta, e già questa cosa mi piace. Pedalando per la città ci è capitato spesso di notare piccoli spazi di terra coltivati ai lati delle strade, nelle aiuole o sui marciapiedi; in particolare abbiamo conosciuto il progetto HuertaVereda, che significa appunto, orto marciapiede.

È nato durante il lockdown per iniziativa di un gruppo di vicinato, in un quartiere alla periferia di Buenos Aires: hanno deciso di vivere quel periodo cercando di rendere più bello e più vivibile il loro quartiere. Dove è stato possibile sono state lavorate le zone di terra libere a fianco alle strade; dove i marciapiedi sono cementificati, invece, sono stati costruiti dei cassoni, poi riempiti di terra e coltivati. Ciò che accomuna tutti questi piccoli orti sono i dettagli, le finiture e la cura con cui sono stati costruite le compostiere, i cassoni, i sostegni, i cartelli che indicano che il raccolto, così come il lavoro, è condiviso.

Pedalando per San Isidro si vedono piccoli orti ovunque: lungo il fiume, lungo la ferrovia, tra le case. Raggiungiamo alcuni amici che ne hanno uno, al limitare di una zona piuttosto complessa. Fanno dei laboratori, il lunedì, per i bambini, ciascuno mettendo a disposizione ciò che sa fare: coltivare, dipingere, lavorare l’argilla. Insieme hanno costruito un forno in terra cruda, in cui vengono cotte le opere fatte con l’argilla del fiume.

A la Chacarita, tra la stazione dei treni e una grossa strada trafficata, entrando nel cortile di un palazzo bruttino, si iniziano a intravedere piccoli segni di uno spazio abitato e condiviso: sedie disposte in cerchio, un muro colorato con disegni che sembrano fatti da bambini, una parrilla (una griglia per cucinare) e, girando l’angolo, tanto verde: piante, fiori, un vero e proprio orticello che cresce in vasi, cassoni di legno, bidoni e sui vasi decorati scritte: no hay futuro sin soberania alimentaria” (non c’è futuro senza sovranità alimentare).

Non c’è in giro quasi nessuno, il caldo è infernale a quell’ora, solo un ragazzo passa nel cortile, “la ragazza che cura le piante è venuta presto questa mattina, per innaffiare, e poi è andata, ma si può passare nell’orto”. Un’occhiata alle vasche coltivate, con cavolo nero, bietole e tante aromatiche, e poi mi balza all’occhio un tavolino pieno di semine, decine di vasetti riciclati con minuscole piantine di basilico e calendula. Non mi sembra di essere tanto distante da casa.

Nel nostro peregrinare verde, approdiamo al parco Pereyra Iraola, a un’ora di treno da Buenos Aires. È una riserva smisurata; di fatto, un bosco poco gestito, ma protetto da eventuali cementificazioni. L’ingresso è segnalato, con la casetta del guardiaparco, che mi fa pensare a quello dell’orso Yogi. Le attrazioni sono essenzialmente due: l’albero di cristallo e la Vergine rubata. Pedalando nel bosco ci imbattiamo per caso nella vergine rubata, indicata da un cartello di legno verniciato con una scritta gialla Virgen Robada, poco più avanti una cappellina vuota. L’albero di cristallo, invece, è un enorme pianta resinosa di oltre 150 anni, unico e ultimo esemplare della sua specie in America Latina, che nelle notti di luna piena sembra illuminarsi per il riflesso della luce lunare sulla resina.

Alla stazione successiva, il parco municipale de la Plata; un parco molto curato, con zone lasciate a prato, altre a bosco, altre a vivaio. Qui conosciamo Rafa, che fa orticoltura didattica per le scuole. Ci racconta che la sua idea è quella di arricchire lo spazio con attività che vanno oltre l’orticoltura. Infatti, oltre all’orto e alle serre, ci sono tavoli per momenti di condivisione, un forno e una casetta in fango e paglia. Rafa ci invita a un laboratorio di bioedilizia, ci troviamo in venti persone circa, argentine, cilene, belga, italiane, tutte con le mani sporche di fango. Louis, un ragazzo belga, a un certo punto dice: “se lo avesse dovuto fare una persona da sola, avrebbe abbandonato l’impresa. Invece così ci siamo persino divertiti, per me è questa la via.” Anche io credo che sia questa la via, come nell’esperienza della HuertaVereda: la condivisione rende semplici le cose complesse, semplicemente funziona.