«Questa è una storia d’amore» recitava la quarta di copertina di L’invenzione della madre, libro con cui nel 2015 Marco Peano esordiva per miminum fax. L’amore al centro di quelle pagine era quello più primordiale, quello potente, scivoloso e contraddittorio, quello che la letteratura occidentale si porta addosso fin dal tempo delle tragedie antiche: l’amore del figlio per la madre. Un amore che infatti, non a caso, viveva sotto il segno della tragedia: alla madre del protagonista, Mattia, veniva diagnosticato un male incurabile; il libro ne tracciava la parabola, ambigua, iniziatica e, in qualche modo, espiativa. L’invenzione della madre si fondava su un monito anch’esso squisitamente letterario: il trauma come crescita, maturazione personale, scorciatoia per una più lucida definizione del proprio io. Il primo romanzo di Peano era un esordio dal linguaggio intimo e controllato, con una scrittura che cercava le risonanze del dolore attraverso il decoro, la sobrietà, l’equilibrio di un “tono” sempre fermo.   Mattia, sapendo di non potere nulla contro un dolore tanto devastante quanto inesorabile, non cerca palliativi, non introduce compromessi – piuttosto gioca una partita feroce contro il tempo. Tempo che manca e tempo che incombe – tempo che si vuole conservare e, insieme, annullare, in un calmo agonismo tra preservazione e oblio: «Ogni giorno, col pensiero, Mattia inventa per sua madre nuove vite: lui che da lei è nato, lui che da lei è stato inventato, la fa costantemente rinascere perché possa continuare ad esistere, almeno nell’invenzione».  

Morsi, uscito per Bompiani questo gennaio, è, per genere e stile, un libro molto diverso da L’invenzione della madre. Eppure anche questo secondo romanzo indaga, seguendo un processo a tratti simile a quello che animava l’esordio, la dinamica di un percorso iniziatico: in questo caso, quella fragile ma essenziale cerimonia temporale che divide la vita inconsapevole dalla vita adulta.  
Anche qui la storia si svolge in un piccolo centro urbano, Lanzo Torinese, «un paese di provincia simile a tanti altri delle Valli di Lanzo». Quando il racconto inizia, nell’inverno del 1996, la neve è alle porte. Sonia Ala, la ragazzina al centro della storia, frequenta l’istituto Luigi Perona, luogo nevralgico della vicenda, istituzione di cui tutti in paese vanno molto fieri. Accanto a lei, deuteragonista come in ogni fiaba che si rispetti (per quanto nera possa essere), si muove un altro ragazzino, Matteo Savant – Teo – che Sonia conosce fin da bambino perché abita alla fine di Via Loreto, la via della casa di sua nonna Ada. I genitori di Teo hanno una fattoria, e Sonia ci va spesso a prendere il latte fresco per la nonna. Quando i due si ritrovano a scuola nella stessa classe, la pressione sociale, la vergogna di essere associata a quel bambino grassottello che emana un acre odore di campagna fanno sì che Sonia si senta costretta a prendere le distanze da Teo. Le resta Katia, l’amica di sempre: goffa, con gli occhiali, ma meno emarginata dell’altro. Nelle prime pagine assistiamo insomma a quella che può essere una qualsiasi infanzia di paese: la noia, la monotonia, la mediocrità, che funzionano secondo i soliti bolsi, crudeli meccanismi un po’ vigliacchi. Il “morso” del contesto sociale che sembra condannare gli uomini a replicare in eterno schemi prestabiliti.  

Come ogni storia di paura che si rispetti, l’inizio è idilliaco. Il disastro non si vede, si può solo presagire; e quando se ne manifestano i primi segnali, il lettore è impreparato quanto i suoi personaggi. Peano descrive un mondo e svolge lo schema di un canonico bildungsroman, fatto di incomprensioni, piccole tragedie e cocenti delusioni. Conosciamo Sonia come una ragazzina spaesata e curiosa. Si chiede, per esempio: «Quando ci si bacia con la lingua come si fa a non mordere l’altro e a non essere morsi a propria volta?». I suoi genitori si sono trasferiti a Ciriè, mentre lei è rimasta a vivere con Nonna Ada, persona fredda e strana, nota nel paese per essere una guaritrice – o, come si vocifera, una masca, ossia una strega. La mamma di Sonia, verso cui la bambina proietta ogni speranza di salvezza, non è che una figura evanescente: impegnata a lavorare per sopravvivere, delusa e sopraffatta da un marito inconcludente e alcolizzato. Sonia, nascosta dietro le porte, la sente parlare in un dialetto che non comprende.  
L’ombra arriva a Lanzo Torinese di soppiatto, come una stranezza, qualcosa di ascrivibile ancora al terreno comprensibile, razionalizzabile dell’umano. Un misterioso “incidente” stravolge la scuola e tutta la cittadina: è la svolta della narrazione, l’evento che le assesta una virata verso un territorio perturbante e disturbante. Sarà Teo a raccontare a Sonia, che è rimasta a casa per qualche giorno, cos’è successo a scuola, a spiegarle perché le lezioni sono state improvvisamente sospese, e da dove viene quel senso di sotteso e impalpabile terrore che si percepisce, come un’elettricità oscura, nelle relazioni fra gli adulti. La loro amicizia, raffreddatasi nel contatto con il sociale, all’affiorare del weird trova l’occasione di risintonizzarsi .  
Del resto i due ragazzini sono rimasti pressoché soli: Katia è via per le vacanze di Natale e Sonia, che vive gran parte delle sue giornate asserragliata in casa della nonna, ha bisogno più che mai di un amico con cui confidarsi. A isolarli ancor di più, per giunta, c’è l’evento misterioso, lo strano morbo che ha colpito la Cardone, la temuta insegnante di italiano. È solo il primo di una serie di incidenti che vanno moltiplicandosi: come in ogni storia apocalittica che si rispetti, a un primo, lento incidente segue un’escalation. Gli adulti sono fuori gioco, preda di un meccanismo autodistruttivo che li spinge a cibarsi di se stessi: e, come in Anna di Niccolò Ammanniti, tocca ai bambini cercare di trovare una soluzione. Siamo, ormai, nel territorio dell’horror. Ma un horror che si muove in una costellazione simbolica funzionale e precisa: come nello splendido film It follows di David Mitchell, Morsi inscena una favola nera come fantasma infantile e persecutorio, un oscuro cliffhanger contemporaneo nell’affrontare il quale si trasfigura la domanda di una maturità, di un percorso di crescita. Sono bambini che si dirigono, loro malgrado, sì, ma ad ogni costo, fuori dall’infanzia: «al centro del caos». È questo il vero centro tematico del libro, ed è anche, probabilmente, la ragione per cui le strutture del genere horror via via si assottigliano, da punto di fuga diventano uno sfondo – non è il fantasma, il tema, ma la fuga da e contro di esso. L’horror è, in un certo senso, il pretesto di un processo, l’innesco di una resa dei conti che, ad un certo punto, dimentica il motore da cui è partita, sposta il gioco altrove. Da qui il finale precipitoso, quasi sbrigativo: i conti sono già stati tirati, e non erano lì.  

Come scrive Flannery O’Connor: «Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia possiede abbastanza informazioni sulla vita da bastargli per il resto dei suoi giorni». D’altronde il paesaggio immaginifico di Peano, tra favola nera e romanzo di formazione, ha qualcosa che ricorda le atmosfere di O’Connor: anche nel capolavoro Il cielo è dei violenti il protagonista è, in fondo, un bambino. Da lì forse Peano riprende la sensazione continuamente oscillante, nei personaggi, di onnipotenza e frustrazione nei confronti di un destino tanto feroce quanto aleatorio; un destino che, secondo incalcolabili e buie peripezie drammaturgiche, viene sempre, in qualche modo, realizzato. Scrive Peano: «Per quanto si possa tentare di dimenticarli, alcuni momenti della vita emotiva di ciascuno di noi risultano indelebili. Che sia un episodio tremendo o piacevole, un evento gioioso o qualcosa che si vorrebbe cancellare per sempre, il tempo agisce sulla memoria lasciando un segno». Lo sapeva bene Mattia, il primo personaggio di Peano, e lo scopriranno presto anche Sonia e Teo, quando lo spazio intorno a loro si trasformerà in un paesaggio claustrofobico, fatto di segregazioni e colorato di un bianco sterminato, in cui Sonia si ritaglierà uno spazio non solo per la paura, ma anche per il desiderio. Un desiderio che, leopardianamente, è la primaria forma di conoscenza, la cifra della propria identità: se muta il desiderio, anche l’io muta di conseguenza. Che si tratti del desiderio della verità, della libertà o del corpo dell’altro, è questo slancio desiderante, questa necessità di possedere che guida i due bambini fuori dal proprio stesso schema. Se, per dirla con Philip Roth, «nessuna infanzia è priva di terrori», l’infanzia di Sonia Ala è una piccola tragedia che nel terrore trova la propria catarsi – giacché forse in una cosa il lutto e l’infanzia s’accomunano: nella necessità della liberazione. Qualunque sia la fine, quella fine è un inizio.  


Marco Peano, Morsi, Bompiani, Milano 2021, 192 pp. 17,00 euro