L’obsolescenza improvvisa del proprio oggetto è il rischio che corre chi si occupa dei nuovi media, soprattutto se lo fa su quelli vecchi, non aggiornabili nel tempo di un click. Così, la nuova raccolta di saggi di Stefano Brugnolo intitolata al buon uso della letteratura su facebook è uscita nelle librerie appena un mese prima che, il 28.10.2021, Mark Zuckerberg annunciasse con gran clamore il cambio di nome in Meta. Ma questa volta è andata bene a saggista e editore: a differenza di quello che molti sembrano avere inteso (ah, la superficialità di lettura nell’èra digitale!), la ridenominazione riguarda la società, non la piattaforma.
In realtà, lo stuzzicante sottotitolo trae in inganno: ci si attenderebbe una riflessione teorica sull’uso di Facebook da parte di letterati e critici, ma quello che effettivamente Brugnolo ci consegna è una raccolta di suoi post a tema letterario degli ultimi due anni (dal 02.11.2019 al 10.06.2021). L’elemento strutturale più evidente che testimonia dell’origine di questi interventi come status è la loro natura diaristica, evidenziata dalle date di pubblicazione che accompagnano i titoli. Come l’autore sottolinea nell’Introduzione, l’obiettivo dei post qui raccolti è «‘usare’ la letteratura per provare a capire meglio il presente […] in risposta agli stimoli dell’attualità».
Ma dati gli estremi del lasso di tempo considerato, è inevitabile che su questo libro incomba lo spettro di Sars-Cov2 e di tutto ciò che esso ha scatenato. In un certo senso, è anzi questo il tema dominante, per quanto non dichiarato, della raccolta. Le riflessioni di Brugnolo sul rapporto tra pandemia e letteratura non sono necessariamente tra le più profonde e illuminanti mai lette – il collegamento resta, spesso, alquanto estemporaneo. Ma proprio l’andamento diaristico consente di osservare l’evoluzione degli atteggiamenti di fronte alle notizie che arrivavano da Wuhan prima e da Codogno poi; e di rivivere quei momenti, che ormai sembrano più incomprensibili dei frammenti di una civiltà antidiluviana, in cui le posizioni sul virus e sulle relative misure sanitarie non si erano ancora calcificate in ideologie l’una contro l’altra armata, in cui anche un osservatore intelligente e non fanatico come Brugnolo poteva nutrire scetticismi sull’approccio cinese alla pandemia (post del 31.01.2020) senza essere bollato come ‘negazionista’.
È molto apprezzabile, poi, la tempestiva critica (21.03.2020) a quei letterati, come la poetessa Mariangela Gualtieri, che commentano in tempo reale la pandemia (e altri dolorosi fatti di cronaca) con testi di esibito impegno civile ma irricevibilmente brutti. Testi alla mano, ha ragione Brugnolo a concludere che «[a]ppena la poesia imbraccia il megafono dell’ideologia e dei buoni sentimenti suona falsa, anche se chi li ha enunciati falso non è»; una dichiarazione che può suonare in sintonia con le recenti prese di posizione di Walter Siti ‘Contro l’impegno’, che hanno suscitato anche qui vivaci discussioni. Ma sul fenomeno delle orrende instant-poesie a tema Covid si sono ascoltate negli stessi mesi critiche più divertenti e insieme più ficcanti, affidate non a caso proprio ai social networks – come quelle di Simone Burratti su YouTube, per non parlare dell’effimera pagina troll “Franco Arminions” che sullo stesso Facebook parodiava il profluvio di pensierini versificati con cui il quasi omonimo autore sommerge il Web da qualche anno.
Anche quando il Covid-19 non si prende la scena, il tenore dei singoli interventi di Brugnolo resta garbatamente colloquiale e solo blandamente polemico. Ciascun singolo lettore potrà chiaramente concordare o discordare caso per caso sulle posizioni prese.
Per fare un paio d’esempi fra i tanti possibili, trovo fuori fuoco il giudizio negativo sulla critica di Claudio Giunta alle inesattezze filologiche delle Lezioni americane di Calvino. Per Brugnolo, il medievista avrebbe «misconosc[iuto] la natura ‘fantasiosa’ e ludica del saggio di Calvino per poter fare sfoggio della sua matita rossa di spietato Professor Grammaticus». Motivazione che già suona improbabile a chi conosca un poco lo spirito della produzione saggistica di Giunta, il quale di tutto può essere accusato tranne che di pedanteria gratuita. In realtà, come lo stesso Giunta ha avuto modo di puntualizzare tornando sull’argomento qualche anno fa e proprio in risposta a reazioni simili, le sue critiche alle Lezioni americane (ma, ancor più, a una certa loro entusiastica ricezione) vertevano su questioni di «sostanza, e non perché la “superciliosa erudizione” del filologo che sono non tollererebbe inesattezze e sciatterie: tollero entrambe». Dunque, anche se nel post in questione Brugnolo rivendica agli intellettuali il diritto di prendersi rischi e commettere errori, basta leggere con attenzione le pagine di Giunta per capire che a Calvino non si rimproverano i singoli errori in quanto tali, ma di aver dato, a forza d’imprecisioni e accostamenti pretestuosi, un esempio mediocre di comparatistica, promosso però a capolavoro indiscusso da un’epoca in cui le competenze umanistiche di base si assottigliano e vince un’idea di cultura a misura di tweet.
È invece del tutto condivisibile la posizione di Brugnolo quando elogia Primo Levi per aver analizzato la Shoah «astenendosi dalle grandi spiegazioni totalizzanti che tirano in ballo l’Occidente, la Metafisica, il Capitalismo, la Biopolitica», bensì indagandone le cause col metodo equilibrato e ‘illuministico’ riconosciutogli da Mengaldo: qualcosa di cui davvero ci sarebbe bisogno oggi più che mai, mentre a destra come a sinistra sembra diventato impossibile discutere i problemi d’attualità se non a suon di caricaturali semplificazioni, anche (soprattutto?) sui social. O ancora, condivisibile è lo scetticismo verso i tentativi, da parte di Franco Buffoni, di ‘arruolare’ Pascoli o Leopardi fra gli omosessuali, come se questa operazione (ammesso che sia attuabile senza gravi forzature dei dati biografici) potesse dirci qualcosa di più sulla loro opera. Anche altrove le osservazioni di Brugnolo (ad esempio, contro gli eccessi censorî della cancel culture) sembrano soprattutto guidate da un buonsenso che potrebbe parere qualunquista ma che è coerente con il «rifiut[o] … alla polemica diretta e sanguinosa» programmaticamente scelto dall’autore.
Si capirà già da questi esempi, però, che Facebook sembra aver offerto al saggista soprattutto l’occasione di divulgare in un contesto extra-accademico pensieri a bassa densità filologica e teoretica, in una forma che – se non fossimo edotti sulla loro originaria sede di apparizione – non si distinguerebbe da quella dell’editoriale da foglio generalista. Anche l’estensione media di questi testi, scarsa per un articolo su rivista, risulta spesso un po’ eccessiva per i social: di fronte ad alcuni interventi, l’impressione di un nativo della Rete sarebbe probabilmente quella del wall of text.
D’altronde, quando Brugnolo effettivamente si concede delle riflessioni sulle specificità di Internet, le conclusioni non suonano particolarmente originali o approfondite, rischiando l’effetto ‘OK boomer’: così nel post dell’08.12.2019, dove si lamenta, in sostanza, il fenomeno delle pubblicità pop-up incontrate googlando una citazione shakespeariana; o in quello del 23.02.2020, che per deprecare l’autobiografismo di massa della Rete scomoda addirittura Jean-Jacques Rousseau. È vero che l’autore stesso ammette di sentirsi «un mammut culturale» che si «muov[e] dentro questa galassia con impaccio, lentezze, goffaggini». Ma è significativo che anche questa autocritica serva a introdurre considerazioni sulla ‘dispersività’ della Rete che, pur evitando di sfociare in una condanna, davvero aggiungono poco a quello che potrei ascoltare al Bar Sport sotto casa.
Ho recentemente partecipato a un interessante simposio promosso dalla redazione di Argo e dedicato al tema della «Facebook ingenua o sentimentale», che esplorava «il rapporto di chi scrive con i social network» secondo le note categorie schilleriane: dalla ‘ingenuità’ di un Aldo Nove e di chi si propone sulla piattaforma come se questa consentisse un rapporto non-mediato col pubblico (si sarebbero potuti citare, inter alios, anche gli aggiornamenti di Giuseppe Genna sulla sua operazione alla cistifellea) al sofisticato gioco di détournement metaironico della scuderia Nuova Poesia Troll. Anche se il simposio si concentrava sull’uso di Facebook da parte di poeti e narratori, sarebbe interessante estendere l’indagine ai critici. In tal caso, come si collocherebbero gli status di Brugnolo? L’impressione è che il suo sia un utilizzo criticamente ingenuo della piattaforma. Anche senza rivolgersi ai guastatori che costruiscono personaggi fake o scatenano calcolati flame, non mancano gli esempi di critici militanti che sanno fare del mezzo Facebook un uso più scaltrito.
Questo libro, invece, del medium d’origine conserva soprattutto i limiti – la mancanza di approfondimento, il taglio soggettivo, il legame stretto con l’ultimo spunto di cronaca – perdendo, però, l’occasione di sfruttarne anche le potenzialità nuove rispetto alla critica ‘cartacea’. Se questi interventi nascevano come post, ad esempio, perché non riportare (in forma anonimizzata) anche una selezione di commenti e riprodurre così, nei limiti del possibile, quella natura interattiva e dialogica che differenzia i social da altri mezzi di comunicazione? Si può obiettare, non a torto, che sarebbe stata una goffa e in fondo superflua riproduzione depotenziata di quanto esperibile stando su Facebook. Ma così sembra quasi che l’origine social sia un pretesto per presentare senza apparati eruditi[1] o cornici teoriche una serie di pensieri sparsi sulla letteratura. E un recensore più cinico di me potrebbe chiedersi a cosa serve acquistare il libro, dal momento che gli status di cui si compone sono tuttora pubblicamente visibili su Facebook, con in più, appunto, le relative discussioni nei commenti.
In conclusione, Brugnolo ha fatto un gesto lodevole e utile affidando al Web riflessioni accessibili, ragionevoli, perlopiù condivisibili su utilità e danno della letteratura per la vita; ma ciò che il suo libro sembra promettere, e che leggeremmo con ancora maggior interesse, resta da scrivere.
[1] Anche la mancanza di riferimenti dimostra, a suo modo, un uso superficiale dei social: è vero che in genere i post non hanno note bibliografiche, ma possono bene incorporare dei link, utili quando la fonte a cui si rimanda è a sua volta disponibile online… la versione cartacea non ha né l’une né gli altri. Così, il lettore che volesse conoscere, ad esempio, gli estremi del citato articolo calviniano di Giunta è costretto comunque ad accedere a Google.

Stefano Brugnolo, Nuove forme di critica. Del buon uso della letteratura su facebook. Prospero Editore, Novate Milanese, 2021, 216 pp. € 15,00.







Rispondere alle recensioni di un tuo libro anche quando queste ti paiono ingiuste non è mai consigliabile, lo riconosco, non fosse altro perché inevitabilmente il rischio è di essere presi per permalosi (io certo lo sono!).
E allora la prima cosa che mi compete è di ringraziare la Balena Bianca che mi ha dedicato dello spazio e ha pubblicato la recensione di un mio libro. Non era scontato, grazie.
Resta il fatto che questa recensione di Batisti al di là di qualche condiscendente riconoscimento è una liquidazione del mio libretto. Tanto per dire, dei miei post viene per esempio detto che non sarebbero altro se non “l’occasione di divulgare in un contesto extra-accademico pensieri a bassa densità filologica e teoretica”, e che essi risultano tanto più deludenti se si pensa che “non mancano gli esempi di critici militanti che sanno fare del mezzo Facebook un uso più scaltrito”. Le critiche sono molte ma possono essere sintetizzate con la conclusione del pezzo, dove sempre con tono concessivo e paternalista Batisti scrive: “In conclusione, Brugnolo ha fatto un gesto lodevole e utile affidando al Web riflessioni accessibili, ragionevoli, … ma ciò che il suo libro sembra promettere, e che leggeremmo con ancora maggior interesse, resta da scrivere.”
Bello soprattutto quel “gesto lodevole”, sa un po’ da libro Cuore (ma io amo Cuore e dunque ben mi sta). Ripeto: va bene, è quello che pensa Roberto Batisti, e non voglio certo fargli cambiare idea. O controargomentare a mio favore. Ci mancherebbe…
No, devo dire che invece che una questione di contenuto ne farei una questione di stile. Batisti mi riconosce in effetti di essere “garbato” nelle mie polemiche e scrive per esempio: “il tenore dei singoli interventi di Brugnolo resta garbatamente colloquiale e solo blandamente polemico”. Credo che per lui il “garbo” sia una qualità piuttosto vecchiotta ma insomma “lodevole”, fatto sta che lui non mi ripaga con lo stesso “tenore”. Per esempio se lui concorda entusiasticamente con me quando io mi autodefinisco ironicamente «un mammut culturale» che si «muove dentro questa galassia con impaccio, lentezze, goffaggini», però subito mi coglie in fallo perché poi “questa autocritica serve a introdurre considerazioni sulla ‘dispersività’ della Rete che, pur evitando di sfociare in una condanna, davvero aggiungono poco a quello che potrei ascoltare al Bar Sport sotto casa”.
Non so dove abita Batisti ma insomma un po’ di curiosità me l’ha trasmessa circa il “tenore” delle discussioni che si svolgono nel Bar Sport sotto casa sua, che insomma non devono essere del tipo di quelle che si svolgevano al Bar Sport di Benni. Ma non importa. Dico solo che se è vero che io parlo della “dispersività” dei social lo faccio notando che questo carattere è anche stato stimolante per me (altrimenti che ci scrivevo a fare?). Dico che tutti i miei post risuonano di quel rumore di fondo. Insomma mi pareva di aver svolto dei pensieri minimamente complessi (anche se magari sbagliati) e non di essermi limitato a dire: “ma che casino c’è nei social!” (in effetti una scoperta dell’acqua calda). Va da sé dunque che, permaloso come sono, vedere equiparate quelle mie riflessioni a quelle che Batisti “ascolta al Bar Sport sotto casa sua”, mi dispiace un po’ (ma appunto dovrò fare un sopralluogo in quel locale per rendermi meglio conto della situazione,, magari lì sono tutti filosofi).
D’altra parte si sa uno si fa sempre delle illusioni circa la propria intelligenza e originalità e ti senti spiazzato quando poi arriva un Batisti che d’improvviso ti fa ricredere dicendoti: ma guarda che i tuoi sono i discorsi dell’uomo qualunque (e in effetti sia pure con qualche cautela Batisti, che non si fa mancare niente, mi dà anche del qualunquista).
Va bene se questa è la sua impressione ne prendo atto. Dico solo: ma da dove viene questo tono inutilmente sprezzante nei miei confronti? Certo, immagino, che i discorsi che fa Batisti diversamente dai miei siano “ad alta densità filologica e teorica”, ma perché questo sovrappiù di alterigia intellettuale?
Lui poi mi rimprovera perché io per spiegare “l’autobiografismo di massa” sui social “scomodo addirittura” Rousseau, ma poi non trova niente di male se poi lui e altri suoi beniamini “scomodano addirittura” Schiller per spiegare un certo uso “ingenuo” della Rete. Devo dire che non trovo niente di male nello scomodare scrittori e filosofi del passato per spiegare fenomenologie del presente, e che non vedo perché sarebbe permesso a Nove, Genna e alla “scuderia Nuova Poesia Troll” (non so chi siano) quel che non è permesso a me.
E se ragionassimo sul merito di quei richiami a Rousseau? Non sono certo stato il primo né l’ultimo a dire che Rousseau è il capostipite della grande deriva autobiografica e di massa… Batisti non lo sa?
Ma la ragione di fondo della sua contrarietà la si capisce subito dopo. A proposito di un pezzo in cui secondo il recensore io mi “lamento” dell’uso di citazioni shakespeariane in un contesto pubblicitario Batisti scrive: “quando Brugnolo effettivamente si concede delle riflessioni sulle specificità di Internet, le conclusioni non suonano particolarmente originali o approfondite, rischiando l’effetto ‘OK boomer’”.
Ah ecco qual è il mio difetto vero! Sono un boomer…
Ora, lasciamo perdere che io non mi “lamento” affatto dell’uso che si fa di Shakespeare sulla Rete e anzi dico che la citazione shakespeariana prende tutto il suo senso in quel contesto! È un dettaglio filologico su cui non mette conto insistere. Chiedo solo: che necessità c’è di liquidare il mio ragionamento con il commento così dismissing: “ok boomer”.
Ok boomer! Sì certo è un’espressione sempre più corrente, la conosco anch’io che pure sono un boomer, ma per verificarne il senso cerco una definizione in rete, e dove se no? Eccola: “Ok, boomer è in pratica un’espressione usata da adolescenti e giovani per zittire o prendere in giro cose percepite come lamentele paternalistiche della generazione dei cinquanta-sessanta-settantenni”.
Insomma corrisponde ad un’alzata di spalle per dire: ma stai zitto che sei un vecchio! Cosa vuoi capirne tu di social! Lascia che se occupano i giovani come me.
Chissà forse in definitiva Batisti ha ragione. Lui sicuramente ne sa più di me di social e di tutto. Volevo solo dire che una frase come questa mi fa venire in mente quello che i vecchi di un tempo dicevano ai giovani (boomer) di allora: “ma cosa vuoi saperne tu che sei giovane e non hai abbastanza conoscenze ed esperienze”. Sì era proprio così per esempio i baroni rispondevano sprezzantemente alle critiche dei giovani boomer di allora.
Oggi il vento è cambiato e dunque il disprezzo sarà quello del giovane verso il vecchio (boomer). Non posso negare che ho l’età giusta per essere liquidato così, e che insomma qualunque cosa dica su Rousseau, Facebook, Schiller o Giunta (il quale ho appreso da un apodittico Batisti “di tutto può essere accusato tranne che di pedanteria gratuita”), la mia sarà pur sempre l’opinione di un boomer, dico solo che allora come ora queste liquidazioni su base generazionale e anagrafica mi paiono espressione di pigrizia mentale e non di una argomentazione che verta sul merito.
Ma mi fermo perché rischio di vedermi strappare via dal petto l’unica qualità (medaglietta) che Batisti mi riconosca: il garbo. Anche se poi credo che sia una mezza qualità, una qualità da boomer, e comunque a “bassa densità” (non è oro vero).
E comunque basta che l’ho fatta fin troppo lunga, e dunque torno a ringraziare Batisti e la Balena Bianca per il tempo che mi hanno dedicato, e per l’ospitalità che mi hanno concesso permettendomi di rispondere a Batisti.
(è lo stesso testo ma ho corretto dei refusi)
Rispondere alle recensioni di un tuo libro anche quando queste ti paiono sbagliate e ingiuste non è mai consigliabile, lo riconosco, non fosse altro perché inevitabilmente il rischio è di essere presi per permalosi (io certo lo sono!). E poi perché: a chi vuoi che interessi?
E allora la prima cosa che mi compete è di ringraziare la Balena Bianca che mi ha dedicato dello spazio e ha pubblicato la recensione di un mio libro. E naturalmente il recensore: Batisti. Non era scontato: grazie.
Resta il fatto che questa recensione al di là di qualche condiscendente riconoscimento è una liquidazione del mio libretto. Tanto per dire, dei miei post viene per esempio detto che non sarebbero altro se non “l’occasione di divulgare in un contesto extra-accademico pensieri a bassa densità filologica e teoretica”, e che essi risultano tanto più deludenti se si pensa che “non mancano gli esempi di critici militanti che sanno fare del mezzo Facebook un uso più scaltrito”. Le critiche sono molte e varie ma possono essere sintetizzate con la conclusione del pezzo, dove sempre con tono concessivo e paternalista Batisti scrive: “In conclusione, Brugnolo ha fatto un gesto lodevole e utile affidando al Web riflessioni accessibili, ragionevoli, … ma ciò che il suo libro sembra promettere, e che leggeremmo con ancora maggior interesse, resta da scrivere.”
Bello soprattutto quel “gesto lodevole”, sa un po’ da libro Cuore (ma io amo Cuore e dunque ben mi sta). Ripeto: va bene, è quello che pensa Roberto Batisti, e non voglio certo fargli cambiare idea. O controargomentare a mio favore. Ci mancherebbe…
No, devo dire che invece che una questione di contenuto ne farei una questione di stile. Batisti mi riconosce in effetti di essere “garbato” nelle mie polemiche e scrive per esempio: “il tenore dei singoli interventi di Brugnolo resta garbatamente colloquiale e solo blandamente polemico”. Credo che per lui il “garbo” sia una qualità piuttosto vecchiotta ma insomma “lodevole”, fatto sta che lui non mi ripaga con lo stesso “tenore”. Per esempio se lui concorda entusiasticamente con me quando io mi autodefinisco ironicamente «un mammut culturale» che si «muove dentro questa galassia con impaccio, lentezze, goffaggini», subito poi mi coglie in fallo perché “questa autocritica serve a introdurre considerazioni sulla ‘dispersività’ della Rete che, pur evitando di sfociare in una condanna, davvero aggiungono poco a quello che potrei ascoltare al Bar Sport sotto casa”.
Non so dove abita Batisti ma insomma un po’ di curiosità me l’ha trasmessa circa il “tenore” delle discussioni che si svolgono nel Bar Sport sotto casa sua, che insomma non devono essere del tipo di quelle che si svolgevano al Bar Sport di Benni. Ma non importa. Dico solo che se è vero che io parlo della “dispersività” dei social lo faccio notando che questo carattere è anche stato stimolante per me (altrimenti che ci scrivevo a fare?). Dico inoltre che tutti i miei post risuonano di quel rumore di fondo. Insomma mi pareva di aver svolto dei pensieri minimamente articolati (anche se magari sbagliati) e non di essermi limitato a dire: “ma che casino c’è nei social!” (in effetti una scoperta dell’acqua calda). Va da sé dunque che (permaloso come sono) vedere equiparate quelle mie riflessioni a quelle che Batisti “ascolta al Bar Sport sotto casa sua”, mi dispiace un po’ (ma appunto dovrò fare un sopralluogo in quel locale per rendermi meglio conto della situazione, magari lì sono tutti filosofi e il barista è un decostruzionista).
D’altra parte si sa uno si fa sempre delle illusioni circa la propria intelligenza e originalità e così ti senti spiazzato quando poi arriva un Batisti che d’improvviso ti fa ricredere dicendoti: ma guarda che i tuoi sono i discorsi dell’uomo qualunque (e in effetti, sia pure con qualche cautela, Batisti, che non si fa mancare niente, mi dà anche del qualunquista).
Va bene, se questa è la sua impressione ne prendo atto. Dico solo: ma da dove viene questo tono inutilmente sprezzante nei miei confronti? Certo, immagino, che i discorsi che fa Batisti diversamente dai miei siano “ad alta densità filologica e teorica”, ma perché questo sovrappiù di alterigia intellettuale?
Lui poi mi rimprovera perché io per spiegare “l’autobiografismo di massa” sui social “scomodo addirittura” Rousseau, ma poi non trova niente di male se lui e altri suoi beniamini “scomodano addirittura” Schiller per spiegare un certo uso “ingenuo” della Rete. Devo dire che non trovo niente di male nello scomodare scrittori e filosofi del passato per spiegare fenomenologie del presente, e che non vedo perché sarebbe permesso a Nove, Genna e alla “scuderia Nuova Poesia Troll” (non so chi siano) quel che non è permesso a me.
E se ragionassimo sul merito di quei richiami a Rousseau? Non sono certo stato il primo né l’ultimo a dire che Rousseau è il capostipite della grande deriva autobiografica e di massa oggi in corso… Batisti non lo sa?
Ma la ragione di fondo della sua contrarietà la si capisce subito dopo. A proposito di un pezzo in cui secondo il recensore io mi “lamento” dell’uso di citazioni shakespeariane in un contesto pubblicitario Batisti scrive: “quando Brugnolo effettivamente si concede delle riflessioni sulle specificità di Internet, le conclusioni non suonano particolarmente originali o approfondite, rischiando l’effetto ‘OK boomer’”.
Ah ecco qual è il mio difetto vero! Sono un boomer…
Ora, lasciamo perdere che io non mi “lamento” affatto dell’uso che si fa di Shakespeare sulla Rete e anzi dico che la citazione shakespeariana (dal Macbeth!) prende tutto il suo senso proprio in quel contesto! Cosa abbia detto veramente evidentemente non interessa più che tanto. Chiedo solo: che necessità c’è di liquidare il mio ragionamento con il commento così dismissing: “ok boomer”.
Ok boomer! Sì certo è un’espressione sempre più corrente, la conosco anch’io che pure sono… un boomer, ma per verificarne il senso cerco una definizione in rete, e dove se no? Eccola: “Ok, boomer, è in pratica un’espressione usata da adolescenti e giovani per zittire o prendere in giro cose percepite come lamentele paternalistiche della generazione dei cinquanta-sessanta-settantenni”.
Insomma corrisponde ad un’alzata di spalle per dire: ma stai zitto che sei un vecchio! Cosa vuoi capirne tu di social! Lascia che se ne occupino i giovani come me.
Chissà forse in definitiva Batisti ha ragione. Lui sicuramente ne sa più di me di social e di tutto. Volevo solo dire che una frase come questa mi fa venire in mente quello che i vecchi di un tempo dicevano ai giovani (boomer) di allora: “ma cosa vuoi saperne tu che sei giovane e non hai abbastanza conoscenze ed esperienze”. Sì era proprio così per esempio i baroni rispondevano sprezzantemente alle critiche dei giovani boomer di allora.
Oggi il vento è cambiato e dunque il disprezzo sarà quello del giovane verso il vecchio (boomer). Non posso negare che ho l’età giusta per essere liquidato così, e che insomma qualunque cosa dica su Rousseau, Facebook, Schiller o Giunta (il quale, ho appreso da un apodittico Batisti, “di tutto può essere accusato tranne che di pedanteria gratuita”), la mia sarà pur sempre l’opinione di un boomer, dico solo che allora come ora queste liquidazioni su base generazionale e anagrafica mi paiono espressione di pigrizia mentale e non di una argomentazione che verta sul merito.
Ma mi fermo perché rischio di vedermi strappare via dal petto l’unica qualità (medaglietta) che Batisti mi riconosca: il garbo. Anche se poi credo che sia una mezza qualità, una qualità da boomer, e comunque a “bassa densità” (insomma non è oro vero).
E comunque basta che l’ho fatta fin troppo lunga, e dunque torno a ringraziare Batisti e la Balena Bianca per il tempo che mi hanno dedicato, e per l’ospitalità che mi hanno concesso permettendomi di rispondere alla recensione.