Che il regime estetico sia dominante nella società dei nostri giorni è sotto gli occhi di tutti. Letteralmente. Per quanto la parola accompagni, spieghi, descriva ogni esperienza diretta o mediata, non mancando mai di fornire un supporto didascalico o integrativo (i social ne sono la dimostrazione lampante), le immagini detengono un indiscusso primato nel campo della percezione, orientano giudizi, determinano gerarchie, definiscono appartenenze. Lo ha colto in maniera acuta uno dei pensatori più sensibili dei nostri tempi, Gilles Lipovetsky, che qualche anno fa ha licenziato insieme a Jean Serroy un libro intitolato L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico (2013; in Italia Sellerio 2017). Niente di più esplicito. L’apparenza e la dimensione estetico-emozionale sono diventati aspetti centrali non solo della competizione economica tra i marchi (dalla moda all’hi-tech all’alimentare), ma anche aspetti ineludibili dell’autopromozione dell’individuo, della competizione sociale. Quella che Bourdieu chiamava la distinzione passa sempre più chiaramente attraverso gli oggetti che dichiarano il nostro (preteso) status e che, nello loro combinazioni, danno di noi l’immagine di individui “originali”. È così che nasce l’homo aestheticus, è così che «l’arte si infiltra nelle industrie, in tutti gli interstizi del commercio e della vita ordinaria», portando a compimento un percorso di artistizzazione della realtà avviato nei secoli scorsi, con la sacralizzazione dell’arte e l’attribuzione all’artista di un potere quasi sterminato: quello di poter trasformare in “opera” qualsiasi elemento del reale (da un oggetto a un’esperienza). È la realtà che si piega all’istinto creativo; è il capitalismo che rende l’arte a portata di tutti. 

È forse per queste ragioni che oggi in Italia, ma non soltanto, il cosiddetto romanzo dell’artista gode di buonissima salute. Lo dimostra, da ultimo, La vita adulta, seconda prova narrativa di Andrea Inglese, poeta e saggista, che torna al romanzo dopo le eco autobiografiche di Parigi è un desiderio (2016). E lo fa sdoppiando la trama tra due protagonisti. Da un lato c’è l’artista Nina Dumo, una trentina d’anni, che da giovanissima è stata lì lì per fare il grande salto nel mondo dell’arte internazionale grazie al sostegno di un’importante galleria di New York, ma che ora si trova in una nuova fase della sua vita, a Berlino, dove si divide tra qualche boulot alimentaire e un’attività artistica che potrebbe avere una virata grazie a un passaggio in un documentario per il canale franco-tedesco Arte. Dall’altro lato c’è il critico d’arte Tommaso Zappa, quarant’anni abbondanti, una breve giovinezza bohemiènne condivisa con i compagni dell’Accademia di Brera (poi diventati chi gallerista, chi artista, chi nulla), ora felicemente sistemato in una villetta con giardino a Sesto San Giovanni insieme a Sara l’organizzatrice di eventi e alla figlia Camilla. È stimato nell’ambiente per la sua pacatezza, per la profondità delle sue letture – qualità che gli sono valse un tempo indeterminato come redattore di «Campoarte» – ma, per gli stessi motivi, rimane confinato in un limbo professionale che gli preclude i palcoscenici di “serie A” – notoriamente riservati ai brillanti, agli svelti, agli intriganti.

Il romanzo coglie Nina e Tommaso in un momento di impasse – comprensibilmente dislocato anagraficamente per i due personaggi (la carriera creativa parte prestissimo e prestissimo si brucia, il terreno della critica consente tempi più lunghi); ne possono uscire solo con una “svolta”, un episodio che li consacri definitivamente (se questo avverbio ha qualche senso nel bulimico mondo dell’arte contemporanea). Così, il titolo del romanzo, La vita adulta, si rivela fin dalle prime battute come un orizzonte possibile ma ancora indefinito per i due protagonisti. In cosa consiste la maturità di un individuo? Quando la pasta molle della personalità si secca e ci lascia in mano la certezza solida di un’identità? Quale evento permetterà a Nina e Tommaso di accedere finalmente alla “vita adulta”?

Perché le vite di tutti si erano enormemente complicate? Che cosa era intervenuto all’altezza dei trent’anni? Quale meteorite improvviso aveva scombussolato lo spensierato agitarsi di gente come loro? Forse non erano nemmeno i trent’anni ad aver accolto tutte le complicazioni nuove e irreversibili della vita adulta, era bastata la vita di coppia, poi la vita familiare con figli, ad aver complicato tutto a tutti. La triade maledetta: lavoro, moglie, figli. E quelli senza figli? Le loro vite sembravano scorrere più lisce? Forse era pure peggio. Erano inchiodati al loro povero ego fino alla morte.

È Tommaso, più vecchio e anche più insicuro di Nina, a porsi con maggiore insistenza queste domande. Sente il bisogno di rilanciare la propria parabola professionale attraverso qualcosa che gli restituisca fiducia e consapevolezza. Perché, nello spietato mondo dell’arte, i giudizi sul lavoro sono sempre giudizi sulla persona. È un assunto inevitabile per chi è stato educato all’idea che l’arte è innanzitutto una vocazione, una disposizione elettiva da assecondare integralmente, dedicandole la vita in maniera totalizzante. Ne sembra convinta anche Nina, la cui produzione creativa è stata in qualche modo illuminata, e amplificata nella percezione altrui, dalla sua condotta di vita “selvaggia”, che si traduce in una sfolgorante sicurezza nei propri mezzi, capace di convincere chiunque.

Per Nina selvaggia era sinonimo di artista, e artista era sinonimo di inoffuscabile splendore individuale, forza non addomesticabile, capacità di ingurgitare dolore, e di volgerlo in furia vitale.

È inevitabile, quindi, che tanto per Nina quanto per Tommaso gli interrogativi sulla carriera professionale siano innanzitutto domande sulla propria identità, sul proprio “nome”. Perché nel mondo dell’arte, come nel mercato dei titoli, si è qualcuno se si ha un nome, se la propria “etichetta” è garantita da quella di altre “etichette” quotate (quella di una galleria, di un’istituzione museale, di una rivista). Ma se la propria parabola è interrotta, cosa rimane di quel nome (e tornano in mente i crucci sul proprio nome d’arte di Cristiana Michelangelo, protagonista di uno dei pannelli dei Fratelli Michelangelo di Vanni Santoni)? Con questa domanda si confrontano i due protagonisti; e il narratore, che ha accesso ai loro pensieri, alla loro coscienza (ora estremamente lucida, ora comprensibilmente falsa), non manca di esercitare la propria ironia (mostrando così una parentela con l’io narrante di Parigi è un desiderio). Alla quale aggiunge una profondità di sguardo che gli consente di trasformare il racconto in un frammentario trattatello sociologico.

Noi siamo, in fondo, l’allegra e spensierata avanguardia del capitale più spregiudicato. Apriamo la strada. Ci lasciano in mano la Kunststadt ad Amsterdam, la Tanzfabrik a Berlino, il quartiere di Belleville a Parigi, la zona Isola a Milano, perché noi vi si porti il nostro civismo illuminato, la sensibilità per le belle arti e la street art, l’attenzione alle forme e agli oggetti del quotidiano, quelli più sottili e modernissimi, ma anche l’amore per quelli fuori moda, artigianali, invecchiati dignitosamente. […] operiamo una grande, perfettamente coordinata, redenzione, una redenzione morale ovviamente, a cui segue l’altrettanto grande, implacabile, da noi non più controllata, redenzione affaristica.

Sarà per via di questa cristallina intelligenza (dell’autore e dei personaggi), ma leggendo La vita adulta si ha l’impressione che il mondo dell’arte – spesso bollato come labirintico, complicato da comprendere, animato da dinamiche relazionali sotterranee (lo ha raccontato recentemente anche Gabriele Sassone con Uccidi l’unicorno) – si presti perfettamente all’affresco romanzesco, che ne può ricostruire ordinatamente i tanti microcosmi e le tantissime figure che li animano. Verrebbe addirittura da pensare che nessun ambiente, oggi, si presti meglio del campo artistico a un’indagine socio-spaziale sul modello di quella condotta sulla città dell’Ottocento da Franco Moretti nel suo Atlante del romanzo europeo. Complici le due diverse “estrazioni” dei protagonisti, nella Vita adulta trova spazio l’intera geografia globale dell’arte contemporanea: New York, Berlino, Milano; l’elitaria galleria metropolitana, lo sperimentalismo underground, la squattrinata provincia dell’impero. E su questi scenari si muovono quotati curatori, cinici direttori di riviste, art director geniali, esperte di gender studies, imprenditori, funzionari pubblici, e artisti di ogni tipo – in crisi o in rampa di lancio, riflessivi o esibizionisti. Il romanzo attraversa tutti questi mondi e li racconta con sguardo disincantato e con una predilezione per le implicazioni politiche che le dinamiche relazionali e di potere generano in questo universo (che è culturale, ma anche sociale, economico, psicologico).

Merito di un genere, il cosiddetto Künstlerroman, che fin dai suoi esordi tardo settecenteschi (il capostipite è comunemente riconosciuto nel Wilhelm Meister di Goethe) si è mostrato particolarmente adatto a intercettare e a catalizzare intorno alla figura dell’artista le direttrici esplose che si diramano dall’incontro tra individuo e mondo. Il racconto dell’artista, dei suoi rovelli, del suo percorso di emancipazione o emarginazione offre da sempre un’allegoria del percorso dell’individuo nella società borghese; a maggior ragione nel frangente attuale, di un capitalismo tardivo in cui «siamo tutti artisti» (ancora Lipovestsky e Serroy). La “condizione artista” porta allo scoperto quelle dinamiche che condizionano l’esistenza comune nella civiltà ipermoderna: l’ingiunzione a essere originali in un contesto in cui tutti devono (e cercano di) esserlo, l’impossibilità di realizzarsi una volta per tutte, l’essere sempre in discussione e la necessità di un riconoscimento esterno per definire la propria identità sociale.

Non abbiamo nome, Zappa. Ce lo danno alla nascita, ce lo ripetono, lo impariamo, ce ne serviamo poi sempre, ma è insufficiente, non sappiamo mai a cosa corrisponda, è sempre il soluto abisso, appena ci si affaccia, non è vero?! E non siamo mica tutti filosofi. Abbiamo altro da fare, che scrivere un bel trattato sull’identità, sull’insondabile pasticcio che ogni persona è. La nostra storia, quale che sia, non vale niente. Passiamo la vita a mettere a posto cose, a fare progetti, a correggere i nostri gesti più semplici, a perfezionarli, e poi? Quanti anni ci restano, anche se è andato tutto bene, anche se non siamo dei catorci malandati o inveleniti dalle sconfitte? Tutto pronto per essere spazzato via. Certo, vogliamo tutti salvarci, peccato che manchi proprio la salvezza. Ma se gli altri si convincono di sapere chi siamo, è un grande vantaggio. Questo è il successo: gente che crede di conoscerti, che crede di sapere chi sei. E il tuo nome diventa un bel monumento.

Raccontare la storia di un’artista e di un critico d’arte, seguire le tortuose vicissitudini del loro percorso professionale, sondare le ragioni alla base delle loro scelte estetiche o critiche, significa offrire al lettore – traslitterato in un codice specifico, quello del gergo artistico – un discorso che riguarda le ambizioni, le delusioni, i margini di azione e le precomprensioni proprie di ogni membro della contemporanea civiltà borghese. O almeno di una sua parte, quella della piccola borghesia riflessiva.

È su questo discrimine, tra una condizione borghese che tocca oggi, in Occidente, almeno metà della popolazione (considerando tutte le altitudini della classe sociale) e una condizione borghese-intellettuale di raggio ben ridotto, che si può misurare la portata – e anche l’ambizione – della Vita adulta. Che già, nel suo genere, si distingue per la capacità di coniugare profondità analitica, lucidità critica e pathos romanzesco (anche se sempre “tra parentesi”, secondo i moduli grottesco-picareschi cari a Inglese).

Da un lato, infatti, il romanzo dell’artista – con le sue spontanee aperture metaletterarie, con la disponibilità alla riflessione poetica e allo sviluppo di un discorso tutto interno al sistema culturale – si presta come perfetto esercizio di rispecchiamento (e autocritica) di una classe sempre più consapevole della propria emarginazione sociale e di essere l’unica e inascoltata depositaria della propria storia. Dall’altro, invece, la rappresentazione del mondo dell’arte offre al romanziere attento e competente un’imperdibile occasione per ristabilire un legame narrativo tra arte e mondo, tra cultura e società borghese. Proprio la natura onnivora del sistema artistico contemporaneo, la coazione ad assimilare tutto quel che la realtà gli offre – dalle manifestazioni più infime e materiche alle elaborazioni concettuali più sofisticate – consente a chi scrive un’eccezionale apertura del mondo narrabile. E Inglese decide di percorrere proprio questa strada adottando una struttura narrativa che asseconda le oscillazioni rabdomantiche della creatività, costruendo tassello per tassello un affresco che tocca i più disparati temi e ambiti, che esplora la pornografia, le questioni di genere, la politica, il mondo del lavoro, gli orizzonti dello sviluppo digitale, che mette in dialogo la dimensione del vivere civile con quella del sentire individuale. Se gli artisti sono l’avanguardia di un sistema politico e sociale che subordina tutti e di cui tutti, a un certo punto, arrivano a riconoscere le fattezze, allora è legittimo decidere di affidare a loro l’onere di rappresentare un presente che riguarda anche chi non è parte dell’universo artistico. La scelta di una trama che si chiude, che dà al lettore un finale che risolve e in qualche modo spiega (per quanto non possa essere considerato un happy end) è un altro indizio del tentativo fatto da Inglese di trasformare l’eccezionalità della “condizione artista” nel “tipico” del mondo in cui viviamo.

Il romanzo dell’artista restituisce così al romanzo l’antica facoltà di parlare di uno e, al tempo stesso, di tutti. Resta da capire quanti saranno disposti a riconoscersi in Nina e Tommaso e nelle risposte che arriveranno a dare alle assillanti domande della vita.


Andrea Inglese, La vita adulta, Ponte alle Grazie, Milano 2021, 372 pp. 16,80€