Ogni essere vivente è inevitabilmente iscritto nella complessa rete della propria prima appartenenza: quella familiare. Lo sa bene Matteo Pelliti che nella sua ultima raccolta Somiglianze di famiglia (uscito per Industria e letteratura nella promettente collana «Poetica», diretta da N. Scaffai e G. Del Sarto) ricerca un dialogo con i propri parenti, collegando in un unico rapporto affinità e diversità del proprio albero genealogico.

Il titolo, come lo stesso autore non manca di segnalare nella citazione che apre la raccolta, deriva da un passo delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein nel quale il filosofo austriaco utilizza il termine Familienähnlichkeiten per definire le connessioni alla base di uno gruppo linguistico (quello dei “giochi”) come «le varie somiglianze che sussistono tra i membri di una famiglia».

Il poeta giocando sul termine del filosofo lo riporta alla sua referenza primaria: il titolo del libro non si riferisce più alle parentele del linguaggio, ma a quelle, letteralmente, familiari del nostro autore. La raccolta è una ricerca di quei tratti che rendono l’io-individuo ascrivibile a una famiglia non perché abbia qualcosa in comune a tutti coloro che vi appartengono, ma perché inserito in quella «serie» di somiglianze che crea un’ordita e complicata trama di connessioni che si sovrappongono e si incrociano a vicenda.

Il primo confronto, quindi, non può che iniziare da un dialogo con i propri avi. Le somiglianze possono rivelarsi nei modi più disparati e quelle che affondano le radici nel genoma sono decisamente le più evidenti e, quindi, più facilmente rintracciabili, si veda ad esempio in Sotto il dominio degli avi:

Ricordo che la ricorsività dei suicidi
viene studiata nelle generazioni successive
al pari della longevità
o delle malattie degenerative, meglio,
neurodegenerative, tracce di programmi
replicabili già inscritti in noi,
in completa balia del passato, quindi,
sotto il dominio degli avi,
e dei pezzi genetici di scala più o meno avariati
che ci hanno lasciato in eredità.

Essi vivono.

Un’altra somiglianza ricorrente è quella relativa ai nomi, come il caso di omonimia con l’avo Pelliti Matteo che permette al poeta di trascendere i confini temporali e credere di essere stato lui stesso soldato di fanteria nell’Ottocento: «mi ritrovo in un lungo elenco di nomi, | commilitoni premiati per Regio Decreto».

Il tempo è effettivamente un tema dominante della prima sezione, a partire sin dal titolo Essi, voi: il poeta per dialogare coi propri cari utilizza non una seconda persona, ma «Essi, loro i pronomi della lontananza». Una lontananza più che altro temporale che rende difficile la comunicazione sul piano culturale, come avviene nel caso di A volte bastano i nomi, dove il ricordo adolescenziale delle nozze d’oro dei nonni Gino e Amelia («A volte bastano i nomi | a segnare la distanza del tempo») diventa occasione per segnalare lo scarto generazionale tra l’autore e i propri avi:

E quello che era un destino naturale
per loro, per la generazione successiva
diventò un traguardo – non ricordo più
cosa indossavo alle nozze d’oro dei miei genitori –
e per quella successiva ancora,
la mia, un miraggio.

Nelle successive due sezioni, dedicate rispettivamente alla figlia e al figlio, la distanza temporale che rendeva difficile il rapporto con gli avi si appiattisce e la poesia prende la forma di un dialogo stringente e diretto: è il «tu» di Sara e Pietro, i due figli, che domina queste sezioni. Più che sugli ulteriori giochi di somiglianze, che si fanno via via sporadici, in questo secondo tempo della raccolta emerge la principale problematica dell’essere legato a una famiglia e credo che sia questo il tratto più interessante della raccolta. Se ognuno di noi osservasse diacronicamente il proprio albero genealogico si accorgerebbe della propria duplice natura: per un verso minuscolo risultato, per l’altro obbligatorio vettore di quello stesso complesso sistema di somiglianze inscritte nel proprio genoma. Tale duplice e promiscuo ruolo dettato dalla biologia è perfettamente descritto nei due principali tempi di cui il libro è composto: se nella prima sezione l’io osserva al passato, ai propri avi, ed è quindi egli stesso ultimo risultato del sistema di somiglianze, a partire dalla seconda sezione osserva il presente quasi esclusivamente come generatore dello stesso sistema. Ma non sono solo piacevoli le somiglianze che si instaurano in una famiglia; ecco allora che il poeta da mero risultato diventa titanico argine e difesa dei virus silenti, così come descritto in una delle migliori poesie della raccolta:

Si apre per noi, Sara,
col tuo arrivo, la possibilità,
o almeno il tentativo doveroso,
di non tramandare
gli sbagli, i vizi, i tratti, i tic
che noi riconosciamo
essere stati i batteri delle nostre famiglie.
Tu ci dirai, può darsi, dopodomani,
che nuovi inciampi, originali,
nuove colonie infettive,
saremo stati capaci di produrre,
amandoti,
ma intanto oggi
siamo consapevoli
che questo ti dobbiamo:
fermare i virus silenti

Questa duplicità della figura genitoriale, quella cioè di essere prodotto e produttore, è reiterata da una serie di dualismi riscontrabili per tutto il libro: si vedano per esempio i nomi, che se nella prima sezione erano ciò che segnava la distanza temporale, nelle due sezioni riguardanti i figli sono invece motivo di una scelta capitale perché identitaria e non modificabile («Eredi di Adamo, noi scegliamo | per te la faccia sonora, | etimologica, bi o tri-sillabica, monovocalica o meno | del tuo nome proprio»); un altro esempio è invece dato dal continuo passaggio dall’infinitamente piccolo (dei pezzi genetici, delle cellule biologiche, degli spermiogrammi) all’infinitamente grande (delle numerose metafore spaziali, dell’incommensurabile mondo del bisnonno Sante, del continente nuovo che è il figlio nascituro); e infine un ultimo esempio di dualità è data dall’uso dei possessivi in relazione ai figli, esempio perfettamente sintetizzato nella poesia Mio figlio:

Già undici anni fa provai la vertigine
del falso possessivo: improprio mi appariva
dire «mia figlia», perché nessun possesso
sta in questa relazione che ridisegna
in un solo segno due identità. Così, di nuovo,
dire ora «mio figlio» mi pare non traduca
la verità di questo appartenerci
che è l’essere tuo padre:
essere tuo.

Questa poesia permette di fare un’ultima considerazione a proposito della duplicità del genitore. Il rapporto genitore-figlio non è infatti visto in senso univoco: non è solo il genitore che tramanda qualcosa al figlio e in ciò deve farsi argine e difesa. Si tratta invece di un rapporto biunivoco, in cui ognuna delle parti arricchisce l’altra. Un rapporto complesso perché molteplice e allo stesso tempo privato; un rapporto che, come tale, non poteva essere espresso meglio che dalla figura del prisma attraversato dalla luce:

i figli sono una nuova rifrazione prismatica di sé
che forse poi è dire la stessa cosa dei pezzi di cuore:
prendi le facce di un cristallo
attraversato dalla luce,
guarda il filo luminoso scomporsi in colori.
Così ogni figlio ti aggiunge un lato al prisma
tale che la linea di luce accesa che ti attraversa
riporta a una nuova rifrazione, nuovo colore,
ed è la luce di ogni nuova esperienza.
Anche qui non è possibile
dire il colore esatto che ogni figlio
aggiunge all’iride e allo sguardo
che hai sul mondo, che il mondo ha su di te.

Prima di passare all’ultima sezione è opportuno considerare le due citazioni poste all’inizio della raccolta. Si prenda per prima quella già segnalata di Wittgenstein che titola il libro. Difficile credere che Pelliti (il quale si è laureato con una tesi in filosofia del linguaggio proprio su Wittgenstein) abbia ripreso il neologismo del filosofo senza considerare che questi lo abbia usato immediatamente dopo aver discusso (escludendola) un’essenza del linguaggio alla base dei giochi linguistici. Prova ne è che sono molti i giochi linguistici riscontrabili nelle poesie del libro. Si prenda ad esempio la poesia Incontri ravvicinati del fenotipo, titolo derivato per assonanza con terzo tipo: in questo caso il gioco non è fine a sé stesso perché è proprio da questa poesia che deriva la metafora più largamente presente nelle due sezioni centrali, cioè quella del feto-astronauta che vaga nello spazio all’interno dell’astronave-madre mentre il poeta gli parla dalla base-padre. Ma più spesso il gioco è fine a sé stesso, cioè dettato dalla semplice volontà del gioco in sé. Anche qui è Wittgenstein, nel passo immediatamente precedente alla citazione iniziale, che spiega: «Considera, ad esempio, i processi che chiamiamo “giochi”. Intendo giochi da scacchiera, giochi di carte, giochi di palla, gare sportive, e via discorrendo. […] C’è dappertutto un perdere e un vincere, o una competizione tra i giocatori? Pensa allora ai solitari. Nei giochi con la palla c’è vincere e perdere; ma quando un bambino getta la palla contro un muro e la riacchiappa, questa caratteristica è sparita». Non è insomma necessario che in ogni gioco linguistico delle poesie sia intravisto un significato maggiore che il gioco in sé, così come non è necessario che in ogni gioco sia individuata una caratteristica comune. Continua infatti il filosofo: «E così via possiamo passare in rassegna molti altri gruppi di giochi. Vedere somiglianze emergere e sparire. E il risultato di questo esame suona: vediamo una rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda. Somiglianze in grande e in piccolo»1. Così il gioco di parole dei figli-astronauti non sembra avere nulla in comune con quello (dovuto solo all’identità grafica) del titolo della poesia Sarà Sara? Ma un altro gioco di parole legato al nome proprio del figlio scaturisce dal primo legato invece allo spazio, come succede in In coda da solo: «ma non sa che tu sei venuto | da un altro pianeta | tipo Kripton | – tu Peter, PePi, Pietro, Piotr-». Insomma, ecco che si viene a creare nei giochi linguistici una rete complicata di somiglianze esattamente come succede, al di là della metafora, per le somiglianze di famiglia del poeta.

Già da questi soli esempi si sarà notato che i giochi di parole sono in gran parte un richiamo divertito alla cultura pop: si tratta di riferimenti immediati, diretti, quando non espliciti. Ed effettivamente una caratteristica delle poesie di Pelliti è quella di essere immediatamente comprensibili, senza il bisogno di eccessive riletture. In questo lo stile semplice dell’autore si mostra particolarmente confacente: uno stile più prosastico che poetico, in cui gli elementi lirici sono affidati al linguaggio affettuoso e intimistico tipico del dialogo privato con i propri cari.

È, ancora una volta, un gioco di parole quello che titola l’ultima sezione: Le ceneri di Gra. Si tratta dell’ultima parte, prima del congedo, ed è dedicata alla memoria della zia Graziella, ma il richiamo a Pasolini e alle sue Ceneri di Gramsci non sembra essere davvero legato a nulla se non al gioco di parole: non c’è infatti alcun conflitto (nessun con te e contro di te) o alcuna più ampia considerazione sociale e anche la struttura non ha davvero nulla in parallelo con i poemetti del poeta di Casarsa. Accettiamo anche in questo caso, quindi, che il gioco di parole sia dovuto al gusto del gioco in sé. Ma è un altro il motivo per cui quest’ultima sezione è interessante. Come scrivevo poco sopra c’è un’altra citazione, oltre quella di Wittgenstein, posta in esergo alla raccolta: si tratta di un pezzo di Manganelli tratto da Mammifero italiano in cui svela come quell’amore familiare, che secondo molti è alla base della famiglia, consiste «in verità […] in un complicato ordigno che mescola possesso, diritti, aspettative, consuetudine, distrazioni, prevaricazioni e taciturni, lenti affrontamenti, bracci di ferro che durano una vita». Molti di questi aspetti li abbiamo già potuti scorgere, ma credo sia il caso di sottolineare che chi si aspetta da Somiglianze di famiglia un ritratto familiare esclusivamente tenero ne resterà in parte deluso: è il dolore il sentimento che emerge con più vigore, sebbene di rado, dalle poesie della raccolta. Il primo chiaro segno lo si ha proprio a conclusione della prima sezione; nella poesia VOI (unica occorrenza in tutto il libro della seconda persona plurale2) il poeta tenta un dialogo con i grandi assenti della raccolta: i genitori. Dopo aver passato in rassegna per intero i suoi avi, con i quali (nonostante le distanze temporali) è riuscito a trarre un bilancio di buone e cattive somiglianze, è con i propri genitori che l’io fatica invece ad avere un dialogo. Il motivo è esattamente uno di quei bracci di ferro di cui parla la citazione di Manganelli: «Non so, mi verrebbe da dire | che troppo passato ci ingolfa | ancora gli abbracci | e che mi spiace non riuscire | a restituirvi tutto l’aiuto | che mi avete dato». Questa prima difficoltà apre le porte a una serie di fragilità che il poeta ha dovuto affrontare nel considerare il proprio albero genealogico. Tra questi, il ricordo certamente più triste è la prematura scomparsa di un figlio, fatto appena accennato, eppure così dolorosamente ricordato: «e Marco il nome col quale ho | segretamente chiamato, tra me e me, | o tra emme ed emme, | per qualche settimana un figlio…».

L’ultima sezione, Le ceneri di Gra, raccontando passo per passo gli ultimi giorni della zia, continua ed è sintesi di questa via tra vita e morte, tra gioia e dolore, che è la relazione familiare. Non è quindi un ultimo ricordo di un avo quello che chiude la raccolta, ma il confronto diretto con la perdita. Ponendola a chiusura del libro credo che l’autore voglia comunicare che la sola somiglianza che può realmente accomunare l’intera progenie umana è la fragilità della perdita, ultimo e doloroso segno (deflagrazione!) di quel complesso ordigno che è l’amore familiare.

Non è infatti la terza persona (il pronome della lontananza) il pronome utilizzato per l’ultimo dialogo con la zia Gra, ma il “tu”, lo stesso dei figli; e il perché è indicato nel congedo:

Quando si ama si è vulnerabili al mondo per un numero di volte pari alle persone amate. E, tra quelle, i figli in particolare formano l’esponente della tua vulnerabilità. E della tua forza.


Matteo Pelliti, Somiglianze di famiglia, Massa, Edizioni Industria&Letteratura, 2021, pp. 172, €16.


1 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, § 66.

2 Unica eccezione è il testo d’esordio, ma il poeta immediatamente si corregge: «voi, gli avi […]. Vi chiamerò “essi”, vi chiamerò “loro”, non abbiatene a male, è solo un pronome per segnare la distanza temporale».