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Home Letterature

#PremioBg20 – Due parole con Filippo Tuena

Marcello SessadiMarcello Sessa
15 Ottobre 2020
in Letterature, Premio Bergamo
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#PremioBg20 – Due parole con Filippo Tuena

Prosegue la serie di interviste ai finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2020, che quest’anno si svolge interamente online. Dopo Ferruccio Parazzoli e Nadia Fusini e Tommaso Pincio, tocca a Filippo Tuena presentare il suo libro, Le Galanti (il Saggiatore 2019), al pubblico: oggi, alle 18, in diretta Instagram con il profilo del Premio Bergamo. L’abbiamo raggiunto via mail e gli abbiamo rivolto qualche domanda per entrare nel cuore della sua scrittura e delle scelte che l’hanno portato a questo libro.


Che rapporto intercorre tra la prosa de Le galanti e quella storico-artistica e critica? È stata fonte di ispirazione o motivo di confronto?

Più un rapporto di opposizione che di provenienza. Al massimo di nostalgia. Mi spiego. Per quanto abbia iniziato a scrivere saggi di Storia dell’arte a un certo punto della mia vita la componente narrativa ha preso il sopravvento senza però dimenticare le origini della mia scrittura e i miei interessi artistici. La questione a quel punto era circoscritta essenzialmente a trovare una forma di scrittura letteraria che evitasse il ‘copia incolla’ e che rendesse narrative le mie pagine. In questo senso la mia prosa si oppone a quella storico-artistica. Racconta in maniera ‘letteraria’ eventi artistici; a volte esagera nel sottolineare i nessi o esagera ugualmente nella letterarietà. Quel che posso dire in un libro come Le galanti non posso scriverlo in un saggio anche se, alla fine, si giunge alle medesime considerazioni. Solo, qui espresse in maniera ‘eretica’.

È noto il suo passato da antiquario e gallerista. Le galanti è anche indubbiamente il libro di un collezionista: concorda con questa affermazione? Si ritrova nella concezione del collezionista come salvatore di scarti (Benjamin) o come alternativa alle istituzioni (Chatwin)?

Il trovarobato di Benjamin – penso ai suoi Passages parigini – ha certamente influito per alcuni libri – soprattutto per Le variazioni Reinach e non solo per l’identità di luogo. Chatwin è uno degli autori contemporanei che più ho amato, forse anche per il precedente mestiere di esperto d’arte. Quando ebbe un abbassamento della vista e andò a farsi visitare il dottore gli chiese che mestiere facesse e lui rispose che era esperto d’arte per una casa d’aste. «Ha visto le cose troppo da vicino» gli rispose il dottore. «Cominci a vederle da lontano». (La citazione è a memoria ma credo colga il senso). A un certo punto bisogna allontanarsi dal proprio mondo, in un modo o nell’altro. Puoi farlo fisicamente o con la scrittura. Le gambe e la penna conducono sempre lontano.

Nel suo libro sono raccolte alcune testimonianze personali: lei si ritiene un archivista? Conserva molti frammenti di ciò che vive?

Cerco di non conservare niente. Accumulo materiali scritti nei computer poi al primo crack tutto si dissolve. Non salvo nulla su iCloud (del resto non saprei come farlo). Ultimamente sto ragionando sulla memoria e mi affascinano le emergenze improvvise, gli errori, le semplificazioni, le certezze di quel che è stato e che alla prova dei fatti si rivelano fallimentari. Dunque conservare mi impedirebbe il piacere del ritrovare, del faticare nel ricostruire il mio passato. Anni fa scrissi un pezzo per mio figlio che consisteva nel raccontare quel che sapevo dei miei nonni senza fare affidamento su memorie condivise (quelle di mia sorella o dei miei cugini, per esempio). Il pezzo era uno scavo nella mia memoria. Sono partito con pochissimi dati e a mano a mano che procedevo le memorie riemergevano, non sempre uguali a quel che ricordavo. Ho provato a farlo su di me e alla fine si scopre di esser molto diversi da quel che crediamo di essere. Dai miei cassetti o dai miei libri a volte spuntano cartoline, biglietti ferroviari che mi informano sul tempo trascorso, dov’ero, che cosa facevo. Da quell’indagine parte una storia.  Ne Le galanti ci sono diversi esempi, il più eclatante è quello del biglietto ferroviario ritrovato all’interno di una copia delle Eroidi di Ovidio.

Lei lavora da lungo tempo sulla figura di Michelangelo. Le ragioni che la portano ad approfondire l’opera di Buonarroti si riflettono anche su questo libro? Egli può essere considerato l’emblema di un “doppio talento” orientato sia al testo sia all’immagine, e dunque valido esempio per chi fa letteratura oggi?

Michelangelo e l’Antartide sono i temi che periodicamente affronto. Mi sembrano inesauribili e credo di trovarmi a mio agio quando li percorro. Di Michelangelo mi affascina, m’innamora proprio, la prosa. Non avesse scolpito dipinto o costruito tutto quel che scolpito dipinto e costruito rimarrebbe il suo epistolario che è davvero un esempio di precisione e sincerità. Ma non posso non avere nel cuore le sue architetture di San Lorenzo a Firenze. È uno dei miei luoghi. Ogni volta che posso mi fermo lì come un ebete. Ne Le galanti ho ripreso, ampliandolo, un testo uscito nel 2012 in Stranieri alla terra. È una lunga visita alla Biblioteca laurenziana e alla Sagrestia nuova. Un’osservazione dove alle opere d’arte si alternano alcuni pensieri riguardo al mio passato e la rielaborazione di documenti relativi ai luoghi che stavo visitando. Ogni osservazione parte da questi dati: l’oggetto che stiamo osservando, la relazione che ha col nostro vissuto, i documenti che lo contestualizzano.

Cosa risponderebbe a chi inscriverebbe Le galanti più nell’ambito della saggistica che in quello della narrativa? Ha senso questa suddivisione, nel suo caso?

Spesso mi domando che genere di libri io scriva. Saggistica con una scrittura letteraria? Narrativa riferita all’arte? Testi ibridi (balordi, direbbe qualcuno). Davvero non lo so. Forse racconto semplicemente il farsi di un libro, le alternanze tra memorie e scoperte, il resoconto dell’innamoramento che mi ha preso mentre lo stavo scrivendo. Vorrei che l’innamoramento si trasferisse ai lettori. Ecco, forse scrivo lettere d’amore.

Un’ultima domanda leggera, che rivolgiamo sempre ai finalisti del Premio: qual è la qualità o il carattere che possono far vincere questo libro?

Non lo so. Non ho pensato e non penso né di vincere né di perdere. L’esito di un premio è condizionato da mille fattori imprevedibili e il risultato è semplicemente il risultato di quell’hic et nunc in cui si è svolto. Mi dispiace che quest’anno il Covid ci abbia impedito una conoscenza diretta perché alla fine i premi servono a questo: a mettere in comunicazione lettori, scrittori e critici. Ci rifaremo certamente. Quando tutto sarà finito organizziamo un incontro a Bergamo. Ci conto.

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Tags: Filippo TuenaLe galantiPremioBg20romanzo
Marcello Sessa

Marcello Sessa

Laureato in storia dell’arte a Milano e attualmente dottorando in filosofia a Pisa, si giustifica sempre nel nome dell’estetica. Si interessa infatti di teorie dell’arte, dell’immagine e dei media, di incroci verbovisivi e di letteratura d’avanguardia: perciò, occasionalmente, ne scrive.

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