Uscito due mesi fa per Bollati Boringhieri, La mischia di Valentina Maini è quel che si può definire un esordio folgorante. La giovane autrice, infatti, che nel 2016 aveva pubblicato una raccolta di poesie (Casa rotta, Arcipelago Itaca) e in seguito racconti su varie riviste, è qui al suo primo romanzo. Ed è un romanzo ambizioso, e potente: raramente nella letteratura italiana contemporanea si leggono libri di tale complessità narrativa e poetica, e con uno stile e una lingua così peculiari e consapevoli, figurarsi per un’esordiente.

È un romanzo che ha «la pazienza di costruire una storia che abbia un filo, un intrigo» e dei personaggi “rotondi” e che subiscono una trasformazione; che è capace di stendere dialoghi serrati e credibili, di costruire scene solide e dai registri e i toni più disparati; di controllare non solo una struttura complessa ma anche voci narranti e punti di vista diversi; di mischiare, sfumando e sovrapponendole continuamente, tante cose: le relazioni famigliari, la pazzia e l’amore, la dipendenza e la libertà, soprattutto la libertà.

Ma andiamo con ordine.

La vicenda ruota intorno al rapporto, simbiotico e quindi lacerato, tra due gemelli baschi nati agli inizi degli anni ’80 da una coppia di militanti e terroristi dell’ETA. Se lui, Jokin, si unirà alla lotta dei genitori, lei, Gorane, la rifiuterà. Su questi dati biografici di base si innesta una storia di fughe e di inseguimenti, un viaggio fra città e milieu fra loro distantissimi (Bilbao, la Parigi bobo e quella di banlieu) e un’esplorazione di diversi stati psichici. Ogni sviluppo della trama è una conquista del lettore che – con fatica comunque inferiore alla soddisfazione ricevuta – scopre pian piano le ragioni profonde dell’errare senza requie di lui, nonché le peripezie e gli esiti della quête di lei.

La divisione in tre parti del romanzo impone una struttura precisamente organizzata: la prima parte, divisa in tre capitoli è la più sperimentale e oscura; la seconda, invece, più classica, tenta in due “movimenti” di riordinare e rimettere insieme i pezzi disseminati e dissimulati nelle pagine precedenti. La terza, infine, conclude e scioglie l’intrigo in un finale tanto sorprendente quanto necessario. Una necessità per così dire aristotelica, perché l’autrice, senza avvalersi di scorciatoie o di stratagemmi abusati (il finale aperto, il finale ambiguo, il finale che non conclude), ha il coraggio di prendere sul serio quanto costruito e di portarlo fino alle estreme conseguenze.

Come da titolo programmatico, il romanzo gioca sull’accumulo di elementi eterogenei (in primis i personaggi: «spacciatori, maniaci, scrittori, tagliatori di valigie, cartomanti e donne delle pulizie»), per fermarsi sempre un attimo prima di cadere in un’astrusa complicatezza: nella narrazione troviamo infatti una temporalità non lineare e un’alternanza di voci narranti, realistiche o fantasmatiche (nel terzo capitolo della prima parte il racconto è condotto da una prima persona plurale), in un’oscillazione continua tra un dettato frammentario e allusivo e uno rapidissimo e trasparente. Inoltre, l’inserimento di un filone metanarrativo dà forma al racconto primario, perché i parallelismi e i rimandi interni contribuiscono alla formazione di un universo stratificato ma sempre coerente. Così, i flussi di coscienza e le visioni oniriche si affiancano ai verbali di polizia e ai resoconti delle sedute psicanalitiche, e le registrazioni del presente provano a neutralizzare la violenza dei ricordi.

Se questa “mischia” così densa e ricca riesce a non diventare mai accozzaglia di objets trouvés, è perché chi la conduce non perde mai il controllo e la direzione della sua storia. La mischia possiamo quindi anche interpretarla, in senso rugbistico, come lo scontro di due forze possenti, che si sfiancheranno a vicenda per conquistare pochi, ma decisivi centimetri. Il proprio mondo interiore contro la propria identità sociale, l’eroina, la musica e il disegno contro l’intransigenza della violenza politica, l’amore totalitario contro l’amore inclusivo.

A differenza del romanziere personaggio Dominique Luque (che decide di raccontare e pubblicare la storia di Jokin), la romanziera autrice non commette l’ingenuità di trattare il terrorismo in maniera deterministica o riduzionistica. Non si tratta qui di formulare giudizi morali, ma di indagare la relazione, possibile e quindi verosimile, tra una stessa educazione libertaria e la formazione di due caratteri, quelli dei gemelli, opposti; di provare a capire come si diventa liberi da sé stessi, e qual è il prezzo della costruzione, difficoltosa e dolorosissima, del sé.

Esplorando i territori della Storia e del sovrannaturale, e attraverso uno stile ricercato ma mai forzato, La mischia si fa romanzo-mondo, ipermoderno e già classico.

Leggetelo.

 


valentina maini la mischiaValentina Maini, La mischia
Bollati Boringhieri 2020
pp. 512
€ 18,50