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“L’ufficiale e la spia”: il controverso j’accuse di Roman Polański

Massimo CotugnodiMassimo Cotugno
13 Dicembre 2019
in Cinema
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polanski_ufficiale_spia_film_recensione

Si può davvero distinguere tra uomo e artista? E se l’artista dovesse metterci del suo per confondere i piani? Se lo chiederanno in molti durante la visione di L’ufficiale e la spia (J’accuse), ultima opera di Roman Polański. Il regista polacco decide infatti di alzare il livello dello scontro tra lui e l’opinione pubblica, portando alla sbarra degli imputati uno tra i più ingombranti fantasmi della storia di Francia: Alfred Dreyfus. La storia di uno dei capri espiatori più famosi della storia diventa per Polański l’occasione per ribadire la sua innocenza. L’audace operazione di analogie e richiami tra la sua personale vicenda umana e quella del capitano francese risulterebbe oscena, se non fosse per un dettaglio: Polański è dannatamente bravo e il suo film una lezione di cinema. La vicenda di Dreyfuss è molto nota in Francia e ha superato i confini nazionali anche grazie al celebre J’accuse di Emile Zola, l’editoriale comparso all’epoca sul giornale L’Aurore. L’autore di Therese Raquin si scagliava contro diverse figure dell’esercito francese, facendo nomi e cognomi, rei di aver ingiustamente condannato un innocente, manipolando prove e inventandone di nuove. Era il 1894 quando Il capitano Dreyfuss venne accusato di aver trasmesso informazioni segrete all’impero tedesco – all’epoca in conflitto con la Francia – e condannato alla degradazione pubblica e all’esilio sull’isola del Diavolo, nella Guinea francese. 

Il film si apre con un magnifico campolungo in cui due soldati scortano Dreyfus al luogo della punizione. L’atmosfera è sospesa, la fotografia cattura uno spazio immenso e opprimente allo stesso tempo. Nessuna musica a sottolineare il momento, solo il rumore secco degli stivali sul selciato. Ad assistere alla scena ci sono colonnelli, generali, capitani e tra questi l’ufficiale Piquart, che paragona l’atteggiamento di Dreyfuss nel momento dello strappo delle medaglie a quello di un sarto ebreo che si lamenta per l’oro perduto. Sono gli anni di una Francia in tumulto, dove spira un forte odio antisemita a cui nemmeno Piquart, vero protagonista della pellicola, è immune. Eppure sarà lui a riaprire il caso Dreyfus e a far luce su un plateale caso di odio antisemita e conseguente depistaggio. Promosso a capo dei servizi segreti, Piquart avrà  modo di conoscere nei dettagli i fatti che hanno portato alla condanna del capitano di origini ebraiche, constatando l’inconsistenza e l’esiguità delle prove su cui si basa l’accusa. Polański è qui abilissimo a virare da quello che inizialmente aveva tutta l’aria di un dramma storico a una ben congegnata detective story con elementi thriller. 

La resa scenica è asciutta, meticolosa. L’azione si svolge principalmente in interni, tra serrati duelli di primi piani e scene corali all’interno di aule di tribunale. Si avverte una certa claustrofobica organizzazione delle sequenze, a suggerire la mancanza d’aria di un sistema repressivo e opaco, intenzionato a negare le evidenti incongruenze che Piquart porta a galla. La sceneggiatura è robusta, ai limiti del classico e si sente la mano di Robert Harris, autore del romanzo da cui è tratto il film e già collaboratore di Polański ai tempi di The Ghost Writer. La cura per ogni fotogramma è sorprendente, ma non lascia spazio ad alcuna soluzione inedita o trovata arty da film d’essaie. J’accuse procede lineare e spedito come una marcia militare, seguendo una poetica sobria e raggelata. Emblematica è l’interpretazione di Alfred Dreyfus: Louis Garrel, il fascinoso attore di The Dreamers, che ha prestato il volto a icone “maudit” come Yves Saint Laurent e Jean Luc Godard, è qui uno stempiato e nervoso militare, del tutto privo di statura tragica. Dreyfuss è dipinto come un uomo solo che si batte per la sua innocenza senza strepiti, dosando al minimo le reazioni e e restituendo infine il ritratto di un uomo perfettamente ordinario in cerca di giustizia. La sensazione che alcuni passaggi del film siano palesemente didascalici farebbe pensare a una scelta ben precisa del regista: come se preservare nel dettaglio la ricostruzione storica dei fatti consentisse di evidenziare le analogie con la sua personale situazione (in apertura del film un testo ricorda che tutti i fatti e le persone citate nel film sono veri).  

Polanski sembra suggerire che lui e Dreyfus condividano il destino di perseguitati, condannati a un ingiusto esilio. Il messaggio più o meno esplicito ha diviso critica e pubblico. Come giudicare l’opera alla luce del messaggio che Polański vorrebbe far passare, e per cui risulta francamente impossibile provare alcun tipo di solidarietà? Ci si può limitare ad apprezzare la fattura elevatissima di questo film? Un esempio di puro cinema, che richiama i capolavori di Bresson e un modo di raccontare limpido, netto, di grande impatto.

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Tags: BressonDreyfusPolański
Massimo Cotugno

Massimo Cotugno

Laurea magistrale in lettere, una passione per la comunicazione digitale, una fissa per l'illustrazione e un'ossessione per il cinema. Sorrentiniano della prima ora e di fede lynchana, studia il mondo delle serie televisive e tenta da sempre di organizzare un cineforum privato. Ha un podcast che si intitola "Strappare i biglietti" in cui parla di libri sul cinema.

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