Leggere Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi e ignorare il suo rapporto con l’attualità è impossibile. È impossibile leggere l’avvio della storia, l’omicidio dell’anziano professore Giovanni Prospero, colpevole di aver «citato Spinoza durante un talk show», senza che alla mente balzi il dibattito recentemente scatenato da un articolo di Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica e incentrato sulla perdita di fiducia nei confronti delle élites intellettuali e governative. Nel suddetto articolo si individuano le cause del problema nella crisi economica del 2008, nell’autoritarismo dell’Unione Europea lontana dai cittadini e nel mutamento antropologico causato dalla rivoluzione digitale. C’era anche un’accusa alle élites, incapaci di affrontare tutti questi cambiamenti e inadatte a reagire ai movimenti nati contro di esse e le loro politiche. Nella discussione che è seguita, altre voci hanno espresso opinioni interessanti, come Massimo Mantellini, che ha ridimensionato il ruolo delle nuove tecnologie nella nascita dei populismi, o Mariana Mazzuccato, che ha evidenziato come invece i cittadini e l’associazionismo abbiano più potere di quanto si crede. Il libro di Papi, come vedremo, si inserisce a pieno e deliberatamente in questo dibattito.

Oltre alla querelle tra intellettuali, un altro riferimento all’attualità impossibile da evitare è il personaggio politico senza nome che domina la prima metà del romanzo, molto somigliante a Matteo Salvini:

Il conduttore gli si rivolgeva chiamandolo “ministro”, “ministro dell’Interno” e, perfino, “Primo ministro dell’Interno” perché da quando il governo aveva chiuso porti e aeroporti e messo dazi in entrata e in uscita, la funzione del Primo ministro era stata assorbita da quello dell’Interno, e viceversa.

Si gioca molto su questo anche nel paratesto, tanto che un occhiello nel colophon recita «I fatti narrati in questo libro accadranno». Benché i paralleli con l’attualità siano esplicitamente suggeriti dal testo e dalla sua promozione editoriale, il romanzo ha una sua forza anche a prescindere dalle coordinate storiche in cui è uscito. Il suo valore sta infatti nella chiarezza con cui riesce, pur nella distorsione comico-parodica, a ribadire in maniera chiara ed efficace l’importanza di un approccio alla cultura privo il più possibile di forzature e pregiudizi.

Il personaggio centrale della vicenda è Olivia, la figlia del professore ucciso, quarantenne emigrata da tempo in Inghilterra, ma rientrata in Italia in seguito all’omicidio del padre. La sua prospettiva di “straniera” rispetto al proprio paese natio e al dibattito che vi imperversa tra intellettuali e loro detrattori le permette di analizzare la situazione senza preconcetti. Tramite il suo sguardo, Papi mette a fuoco alcuni aspetti del dibattito questione, a cominciare dall’uso della stessa espressione “radical chic”:

Perché tutti usavano la parola “intellettuale” come sinonimo di “radical chic”? Suo papà non era mai stato un “radical chic”, era un uomo prudente, meticoloso, quasi noioso, per niente radicale e soprattutto non era affatto “chic”, si vestiva malissimo. Sembrava che la cultura si fosse trasformata in inganno, l’ignoranza in innocenza.

L’omicidio del professor Prospero è il primo di una serie di delitti, e la risposta del governo a questi delitti non si fa attendere – benché con una soluzione peggiore del problema. Qui il riferimento all’attualità passa attraverso il recupero di un episodio decisivo della storia italiana, poiché Papi fa pronunciare al suo primo ministro dell’interno le parole pronunciate da Benito Mussolini in Parlamento dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti: “Al cospetto di questa Assemblea e del popolo italiano, dichiaro che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto”. Al termine di questa lugubre eco, il ministro promette di istituire un corpo di guardia a protezione dei “radical chic”, pagato a spese degli stessi protetti, che dovranno anche sottoporsi al censimento al fine di farsi iscrivere in un registro ed essere quindi meglio controllati. L’azione è applaudita da tutti, anche dai deputati dell’opposizione, incapaci di rendersi conto che dietro un’apparente sicurezza stanno svendendo la loro libertà personale.

Da questo momento il romanzo comincia a spingere con più decisione sul pedale del grottesco, delineando un paesaggio distopico declinato in chiave di farsa e temperato solo da qualche bozzetto comico. Dopo il censimento viene istituito un “Ente per la semplificazione della lingua italiana”, dedicato all’espulsione dal vocabolario di tutte le parole ritenute troppo difficili. Le stesse pagine su cui si svolge la storia vengono corrette dalla mano zelante (ma talvolta incerta) di un funzionario incaricato di sostituire parole come “riluttanza; pashmina; sefardita; megalomaniaci” con corrispondenti più semplici e diffusi. Compito dell’Ente è anche rilasciare un Dizionario delle parole abolite, con l’indicazione di tutti i vocaboli da non usare. L’impresa, ovviamente, non va a buon fine, dal momento che in questo compito entra in gioco il rapporto di ognuno con le parole e quindi agiscono motivi di ordine affettivo prima ancora che conoscitivo:

Per una ragione o per l’altra le parole riuscivano quasi sempre a salvarsi: qualcuna non aveva sinonimi, qualcun’altra era di uso comune, molte scatenavano ricordi nel funzionario-cancellatore, altre ancora erano troppo belle, strane, sconosciute per farne a meno per sempre.

Olivia nel frattempo non si è persa d’animo e quando incontra il Primo Ministro dell’Interno, che si scopre essere stato suo compagno alle medie, tenta di strappargli almeno un minimo atto di compassione, ma invano, perché l’uomo le nasconde il lato umano in nome dell’incarico politico; questo atteggiamento alla lunga gli provocherà dei guai, e la sua carriera infatti terminerà in seguito ad una rivelazione scomoda.
Nel frattempo quella che avrebbe potuto essere una nuova Resistenza, portata avanti dagli intellettuali ribelli, si stronca sul nascere, priva del minimo accenno di serietà.
Il finale del romanzo, che si chiude con un crescendo di violenze da entrambe le parti, lascia poche speranze; Papi, tuttavia, nel condurre il lettore attraverso la desolazione di un tempo che guarda con sospetto alla cultura, riesce a mostrare una possibile via d’uscita. Lo fa innanzitutto con i ritratti in negativo di alcuni degli amici del professor Prospero e di Olivia, che incarnano ognuno a modo suo gli usi vacui e frivoli dell’etichetta di “intellettuale”. Si pensi ad Anna e Clelia, due anziane signore che si considerano superiori alla gente comune, salvo poi rivelarsi intrise di razzismo malcelato:

“All’inizio se la sono presa con i clandestini, poi con i rom, dopo è venuto il momento dei raccomandati e degli omosessuali, e ora si mettono ad attaccare gli intellettuali” […]
“Sono d’accordo Cesare, è una barbarie, ma non ci vorrai mica paragonare agli zingari?”
“Perché no, Clelia, sono uomini anche loro!”
“Non fare il buonista, Cesare…”
“Non cominciare anche tu con questa storia del buonismo! Quelli che si opposero alle leggi razziali nel 1938 i fascisti li chiamavano ‘pietisti’. Ora hanno inventato ‘buonisti’, ma è la stessa cosa!”
“È passato un secolo, Cesare!” poi aggiunse a voce più bassa: “E perfino gli ebrei sono meglio degli zingari…”

Ma è anche il caso di Cosma, figlio di Clelia e parodia dell’eterno rivoluzionario, sempre insoddisfatto, che sembra cercare nella politica una soluzione ai suoi drammi interiori:

Era sempre stato un tipo esagerato. Al liceo giocava a fare il rivoluzionario, maledicendo i tempi che non gli permettevano di diventarlo. Quelli al potere li aveva sempre chiamati fascisti, per ciò che non facevano più che per quello che facevano: non erano mai abbastanza democratici, abbastanza onesti, abbastanza di sinistra, abbastanza coraggiosi. […] E ora che tutto quello che aveva denunciato da sempre si stava finalmente avverando si sentiva terrorizzato ed eccitato, vivo come non lo era mai stato.

C’è però un personaggio che non cede al desiderio di sentirsi superiore, di disprezzare in un modo o nell’altro le masse, ed è Cesare, l’anziano amico del padre di Olivia, il personaggio probabilmente più vicino alla visione dell’autore. Il suo atto di rivolta contro lo status quo è un chiaro rimando al finale di Fahrenheit 451, e le sue parole sono quelle che rimangono più impresse a fine lettura:

“La cultura sono le strade su cui camminiamo, le case dove abitiamo, le parole che ci girano in bocca e che qualche altro umano, decine di migliaia di anni fa, chissà perché, ha inventato.” […]
Olivia si fermò, costringendo Cesare a fare lo stesso poi disse: “Non sono stati gli intellettuali a fare tutte queste cose”.
“No, ma esistono a una sola condizione: che ci sia la verità e che il cervello e le parole siano gli strumenti per cercarla e dirsela […] La cultura è una scommessa sul fatto che alla fine ci si possa capire. Per questo può dare fastidio”

Questo romanzo è tante cose insieme: una distopia, una tragicommedia, una satira dei modi e delle maniere degli intellettuali, un’indicazione sulle possibili derive del nostro presente. Nella lettura tutti questi aspetti si rincorrono a vicenda e, a seconda dell’indole individuale, si può essere presi da sconforto, ridere di gioia o autocompiacersi nel sarcasmo dell’autore.
Una nota a parte merita lo stile. Il gioco meta-editoriale delle note redazionali sulle parole difficili, non sempre presente ma comunque significativo, porta il lettore a focalizzare al contrario l’attenzione sulle parole restanti. Quando vediamo la sostituzione di una parola insolita con un’altra di uso più comune, vediamo anche le possibili derive del testo, e questo ci spinge a mettere a fuoco anche lo stile con cui la storia è raccontata. Si nota così che Papi usa con maestria un linguaggio scarno, riuscendo a esprimere sentimenti ed emozioni anche senza picchi aulici; allo stesso modo i suoi personaggi riescono a raccontare la necessità della cultura in maniera chiara ed efficace, senza sviluppare una certa aria di superiorità, morale oltre che intellettuale, da cui l’autore cerca di tenersi alla larga.

Come sarà ricordato questo libro tra cinque o dieci anni?
Di certo la sua percentuale di successo sarà legata in gran parte al momento storico in cui è uscito, e quindi, con un cambio di governo e un nuovo clima culturale, le cronache del futuro potrebbero ricordarlo tutt’al più come un instant-book, capace di realizzare un ritratto accurato della situazione alla fine degli anni Dieci. La sua aderenza all’attualità lo renderà però del tutto fuori tempo nei prossimi anni? Non credo. Il problema che si pone al fondo della vicenda, al di là delle soluzioni proposte dai personaggi del romanzo, e cioè quello del rapporto tra élite intellettuali e popolo, di certo rimarrà anche nel futuro; mi sembra perciò interessante la prospettiva con cui è messo in scena questo conflitto, in una maniera tale da dare spunti ai prossimi dibattiti. Di modo che si possa migliorare il discorso intorno alla “cultura” in due direzioni: che si svolga in una maniera rispettosa, ma senza timori reverenziali; che vi venga ammesso il diritto alla critica dei vizi intellettuali, ma senza scadere in un elogio della “genuina” ignoranza.


censimento radical chic

Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic, Feltrinelli, Milano 2019, 144 pp. 13,00€