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Le foreste non sono infinite: su ‘Pelle di corteccia’ di Annie Proulx

Mattia RutilensidiMattia Rutilensi
3 Dicembre 2018
in Letterature
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Le foreste non sono infinite: su ‘Pelle di corteccia’ di Annie Proulx

Chi è Annie Proulx? Il modo più facile per descriverla al grande pubblico è definirla “l’autrice del racconto da cui hanno tratto Brokeback Mountain”, e subito tutti capiscono, felici di avere un riferimento pop, semplice e lineare. Tale riferimento, però, non sarebbe apprezzato dall’autrice stessa, che, viste le conseguenze negative del successo, si è dichiarata sinceramente pentita di aver scritto quella storia.

Un modo forse più rispettoso del suo valore autoriale, riconosciuto da pubblico e critica, potrebbe essere quello di menzionare la lista di prestigiosi premi ricevuti dagli anni ‘90 ad oggi. Lista molto vasta, che comprende, tra le altre cose, il Pen/Faulkner per il romanzo Postcards (titolo italiano: Cartoline), il Pulitzer e il National Book Award per The Shipping News (titolo italiano: Avviso ai naviganti).
Anche in questo modo però non incontreremmo di certo il suo appoggio incondizionato, perché, pur essendo sotto la luce dei riflettori da quasi trent’anni ormai, la costante attenzione nei suoi confronti risulta per lei più un ostacolo che un incentivo al mestiere di scrittrice.

Ma, come diceva Calvino, «di uno scrittore contano solo le opere, quando contano», perciò il modo migliore per parlare di Annie Proulx nel 2018 è recensire la sua ultima fatica, le oltre settecento pagine di Pelle di Corteccia, pubblicato in Italia da Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.

 

Il romanzo inizia in mezzo ai boschi della Nuova Francia, dove gli engagès René Sel e Charles Duquet, lavoratori immigrati dalla madrepatria con contratti al limite dello schiavismo, vengono assegnati ad un seigneur locale. Il loro comune compito sarà tagliare alberi, tentando di diminuire l’immensa foresta locale. Le differenze fra i due diventano però presto evidenti. René Sel sembra fatto apposta per quella vita: ha già esperienza come taglialegna e un fisico in grado di resistere al freddo dell’inverno canadese, ma soprattutto ha una volontà docile e una mente poco agile, che non sa neanche sognare una vita differente. Charles Duquet invece è l’opposto, non vuole spaccarsi la schiena e vivere lontano dalla civiltà.

Infatti appena ne ha l’occasione scappa e, una volta al sicuro, utilizzerà tutte le sue forze per intraprendere una carriera nel commercio di legname; carriera che si concretizzerà nella Duquet et fils, azienda ad amministrazione familiare che, lasciata in eredità ai suoi figli e ai loro discendenti, condurrà la sua attività per più di due secoli con una politica priva del minimo rispetto per l’ambiente.

René Sel invece rimarrà nella foresta e avrà dei figli indiani con una donna di etnia mi’kmak. Non avrà però alcun bene da lasciare in eredità e i suoi discendenti cercheranno fortuna per il mondo. Al contrario dei Duquet, si troveranno spesso in difficoltà nella vita, discriminati e sfruttati dagli uomini bianchi.

 

Fin dai primi capitoli, è evidente la possibile doppia lettura di questo romanzo, le cui vicende coprono un vasto arco temporale, dal 1696 al 2013. Da una parte abbiamo una grande saga familiare, la “pelle”, con personaggi vividi e intensi, le cui caratteristiche possono essere dispiegate in molte pagine oppure riassunte in una frase stringente:

Con una sconcertante intuizione René capì che l’espressione impassibile di Mari derivava dalla calma accettazione dei tumulti e dei rovesci della vita, un atteggiamento che in un certo senso si intonava alla sua convinzione di volare sui venti del cambiamento come una foglia secca.

Proulx infatti fa sapiente uso di uno stile ellittico per bilanciare le molte sequenze di dialoghi e le minuziose elencazioni di specie vegetali che si trovano ovunque nel libro. In questo modo la grande mole di materiale trova un equilibrio interno, molto piacevole alla lettura.

Dalla parte della “corteccia” invece, le famiglie Duquet e Sel esemplificano le differenti possibilità del rapporto uomo-natura. Le vicende di entrambe ruotano intorno alle foreste e allo sguardo che l’uomo pone su di esse: può essere uno sguardo vergine di malizia e avidità, come quello dei Sel, i quali sentono di avere un rapporto quasi simbiotico con la foresta.

Oppure può essere lo sguardo dei Duquet, che al legname devono la loro fortuna, ma che conducono la loro attività con pratiche tese soltanto a massimizzare il profitto.

Le due famiglie hanno però una caratteristica in comune: l’inconsapevolezza.

Quella dei Duquet deriva dalla bramosia di potere, è l’inconsapevolezza di uomini che sono sì esperti di piante e boschi, ma solo per quanto riguarda il possibile risultato economico. A nulla vale il fatto che posseggano metà dei boschi dello stato, che abbiano perimetrato tagliato imballato e venduto centinaia e centinaia di ettari di foreste, per loro i boschi resteranno sempre un’incognita perché non hanno un reale interesse sulla loro vita nel tempo. Come chiarito in una delle riunioni della società:

«Non potremmo cercare più vicino a casa? Ho sentito che c’è un enorme regno di pini bianchi in Pennsylvania, lungo i fiumi Susquehanna e Allegheny. Alcuni dicono che quelli sono i più bei pini bianchi del mondo» disse Cyrus.
«Ah, dicevano la stessa cosa dei pini del Maine e di quelli del Nuovo Brunswick. Dovremmo cominciare a comprare pensando a come sarà fra cinquant’anni». Disse Freegrace.
«Chissà perché. Io dico di prendere quello che possiamo quando possiamo. Non mi interessa come sarà fra cinquant’anni, tanto non c’è motivo di preoccuparsi: le foreste sono infinite e permanenti», disse Edward.   

I Sel sono l’immagine speculare di questa tendenza. Sono abituati a vivere la foresta, a conoscerne i segreti, a rispettarla e a non prendere più di ciò che basta per la sussistenza. A loro manca però la prospettiva economica, non riescono a comprendere la foresta inserita nei giochi economici della società, di cui non percepiscono la lenta ma inesorabile avanzata a discapito della natura incontaminata.

Inoltre, se i Duquet sono intenti a difendere i propri privilegi economici con determinazione e dimenticando a volte i più elementari diritti umani, i Sel sono altrettanto ostinati nel ricercare sempre le loro origini indiane ignorando la mutazione in atto.

 

Lo stile, come si è detto, cuce elegantemente i vari aspetti del libro, esprimendo l’idea di un mondo composito e ad ampia biodiversità insieme a quella di un gruppo di personaggi variegato e ben definito.
La grande assente è la realtà storica da manuale scolastico: guerre, rivoluzioni, scoperte scientifiche e cambiamenti nella morale, entrano nel racconto solo per quanto riguarda l’argomento principale, ossia il rapporto con le foreste. Questo sempre grazie alle ellissi narrative di cui abbiamo detto, che decidono di privilegiare un argomento solitamente tenuto invece in secondo piano.

 

Il libro arriva fino ai giorni nostri, qual è il messaggio complessivo che ci lascia?

Non un messaggio di speranza, questo è certo. I discendenti di Charles Duquet e René Sel si troveranno ai giorni nostri a impegnarsi di fronte al cambiamento climatico, quando non è detto che l’impegno di alcuni sia sufficiente a invertire la rotta verso la catastrofe. Loro però hanno deciso di smettere di aspettare, mentre una parte dell’umanità si arricchisce grazie alla distruzione del patrimonio naturale.

Con questa chiusa Proulx sembra implicitamente rivolgersi ai suoi lettori: «E voi, cosa state aspettando?»


 

pelle di cortecciaAnnie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori, Milano 2018, 798 pp. 24,00€

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Tags: americanaAnnie ProulxAntropoceneMondadoriPelle di cortecciaromanzo saga familiare
Mattia Rutilensi

Mattia Rutilensi

Mattia Rutilensi ha studiato Lettere Moderne a Firenze e Italianistica a Bologna, dove si è laureato con una tesi su Abbiamo le prove. Nel frattempo ha fatto parte, con orgoglio, di Riot Van e di Radiovaldarno, oltre a collezionare altre collaborazioni on e off-line. Il suo spazio personale su Internet è questo: http://www.mattiarutilensi.it/

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