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Nuovo vocabolario d’amore: ‘Maestoso è l’abbandono’ di Sara Gamberini

Fabrizia GagliardidiFabrizia Gagliardi
2 Novembre 2018
in Letterature
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Nuovo vocabolario d’amore: ‘Maestoso è l’abbandono’ di Sara Gamberini

Il discorso amoroso è frammentato e unito assieme. Si divide tra i molteplici sguardi degli amanti e la travolgente percezione dell’unicità del sentimento. «Ciascuno può riempire questo codice con la sua propria storia» scrive Roland Barthes in apertura di Frammenti di un discorso amoroso. Perché, come spiegherà il semiologo francese, l’obiettivo è un discorso parlato universalmente e «sostenuto da nessuno». Una parentesi così scontata della vita, e continuamente anelata, da porsi tra lo scetticismo di una banalità e l’avidità del bisogno. Come se non fosse abbastanza difficile esprimere la moltitudine di sensazioni fisiche e mentali dell’esaltazione amorosa, altrettanto complesso è articolarla in sintassi e metafore accattivanti. Perché l’amore personale è provato da tutti e da nessuno: l’eco melenso di una dichiarazione d’amore non significherà niente per chi ascolta o chi legge se non appoggiato da una buona dose di tormenti e felicità del tutto personali.

Un aspetto che non può essere trascurato è la scelta delle parole per non esaurire il sentimento nella banalità del “ti amo”. Nel suo Maestoso è l’abbandono Sara Gamberini mette su una vera e propria rivisitazione della lingua amorosa per declinarla in modi inediti.

La storia di una bambina dalla sensibilità lirica, che poi diventa donna travolta dal sentimento, è raccontata da guizzi poetici e da una melodia sintattica controllata, mai barocca. Si tratta di un caso molto raro per cui la storia è completamente asservita alla lingua. L’innamoramento sofferto, la catalogazione metodica della realtà rivelano una scrittura sempre a contatto con l’interiorità.

Sara Gamberini riesce così a cogliere la dicotomia dell’amore: l’eterna battaglia tra la fervida immaginazione e il raro riscontro nella realtà. Ricorrendo di nuovo a Barthes l’amore non può che essere costituito da due elementi fondamentali: le figure che sono i segni, le unità discrete del sentimento; e le immagini avvolte dal racconto e dalla memorabilità, condivise da tutti grazie al loro esplicito potere. Figure e immagini, significante e significato dell’amore. In Maestoso è l’abbandono le figure-segno sono rafforzate dalla scelta delle parole, con un incastro che cerca sempre la diversa metafora.

Chiunque avvicini uno sfumatore ha un’istintiva reazione di fuga. La fuga però è inattuabile perché gli sfumatori non appena qualcuno accenna ad andarsene si fanno lunari, si fanno millepiedi e perturbanti e orsi d’amore, ti avvolge la luce. Tu li sbirci come di fronte alle strade non battute del bosco, da un lato i rovi, i pungitopo, più distante un passaggio che sembra chiuso, sembra finire in una grotta, dento le capanne immaginarie, vieni da me. Essi staccano la mano dalla terra e la allungano per farti attraversare la distesa di rami, i mucchi invalicabili, ma tu torni indietro. L’ultimo stadio non ha mai fine, è lo stadio infinito dei convenevoli. Un sorriso, la cortesia, te ne vuoi andare? Scherzi! Sono solo stanco, molto stanco, sono qui.

Per le immagini il discorso si fa articolato perché esse richiamano l’esperienza di ogni lettore. Uno dei grandi meriti di una scrittura così orientata alla poeticità del periodo è quello di fare della vaghezza la chiave per il lettore. È un procedimento opposto al circoscrivere un ricordo personale: si tratta di aprire la storia a chi legge fino a trasformarla in una sorta di tuta immersiva da indossare in un mondo subacqueo condiviso con chi scrive.

La storia di Maria è un immenso flusso di coscienza fatto di ritorni e di avvicinamenti a nuovi sentimenti. Il nucleo di un processo portato avanti in solitudine, come quello dell’abbandono, verrà poco reiterato, ma si evolverà insieme alla scrittura e allo sviluppo interiore della protagonista. Attraverseremo così le sue storie amorose, l’attaccamento alla madre Lucia attraverso lettere che spezzeranno il ritmo del romanzo, fino all’esperienza di madre, ma soprattutto alla storia con Lorenzo. La semplicità della trama è affiancata da un attento lavoro sulla lingua in cui l’elemento psicologico e sentimentale prevale fino a determinare una costante dimensione onirica. Qui le immagini dei lettori si incontrano con quelle del romanzo:

Capivo che Lorenzo soffriva di una malinconia senza forma, il disincanto, nel buio da cui si teneva distante potevo vedere in modo distinto la sua solitudine. Non mi sfuggiva quanto fosse stato amato, le persone che hanno ricevuto amore si riconoscono perché possono fare a meno di tutto. Riuscivo a capire come le sue idee bizzarre lo avessero fatto sentire estraneo alle persone, era questo il tipo di assenza che aveva sofferto. Gli interessavo perché riconosceva in me una corrispondenza perfetta. Ha scoperto una sua mancanza quando si è accorto che ero in grado di amare inesorabilmente, le scintille che penetrano i metalli e strutture in muratura, come lui le chiamava.

Più che immagini si tratta di tutta una serie di conseguenze dell’amore, cioè di tutti quei dettagli propri della persona amata che diventano vividi solo agli occhi di chi ne è perdutamente infatuato. La contraddizione dell’amore è tale da inserire l’innamorato in un gioco di stereotipi (lo struggimento, la gelosia) e, al tempo stesso, lo solleva dalla sua condizione grazie all’originalità della relazione. Si vive in un atopos, come lo chiama Barthes, che Sara Gamberini è riuscita a esprimere attraverso diversi livelli di manipolazione. Il linguaggio mette in scena «l’assenza dell’oggetto amato» in modo da evocarne continuamente la presenza: persino quando Lorenzo e Maria si allontaneranno si avvertirà una storia sotterranea che li collega, l’una per l’inquietudine, l’altro per la misteriosa indifferenza. Le immagini, che tendono continuamente al sogno, costituiscono un tentativo psichico e immaginifico per giustificare lo stato straordinario della condizione amorosa: sono l’involucro che ricopre ogni urto traumatico provocato da chi è riuscito a penetrare nel nostro cuore.

Maestoso è l’abbandono è la prova più grande che sottostà a ogni innamoramento: l’alterazione dell’amante e dell’amato in un’immagine benevola e continuamente reinventata. Ed è forse questo il motivo per cui ci si dedica ancora all’amore: l’abilità di raccontarsi storie dalla conclusione imprevedibile.


maestosolabbandono_low-3Sara Gamberini, Maestoso è l’abbandono, Hacca, Matelica (MC) 2018,  203 pp. 15,00€

 

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Tags: Barthesdiscorso amorosoGamberinilingua
Fabrizia Gagliardi

Fabrizia Gagliardi

Nata a Campobasso nel 1992. Laureata in Informatica Umanistica, ha scritto di cinema e serie tv ed è redattrice di Ultima Pagina.

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