È affascinante leggere i poeti che lavorano nell’ombra. Esposti davanti al lettore senza lo schermo protettivo di un percorso ufficiale, hanno maturato una tenacia e un attaccamento al fatto poetico scevri di compiacimento. La loro scrittura non è governata dalle briglie del mestiere, è ancora forte e visibile il legame fra le parole e l’esperienza. Sembra, leggendo questi poeti, di celebrare un piccolo rito, di scavalcare la propria identità per entrare nell’intimità discreta in cui quella voce sconosciuta ci chiama. È una voce seducente, che sembra avvicinarsi al nostro orecchio soltanto. È pericolosa, perché può farci scambiare lucciole per lanterne. Ho avuto questa impressione per esempio leggendo Giovanni Nadiani, di cui ho ammirato la raccolta postuma ANmarcurd (L’arcolaio, 2015). Ho ammirato ora Spigoli vivi (Interno Poesia, 2017) di Daria De Pellegrini, autrice che dopo alcuni titoli di narrativa esordisce come poetessa.

La sua raccolta, prefata da Franca Mancinelli, appartiene proprio alla categoria delle opere umbratili, non priva però di una sua forza plumbea. A leggere queste poesie si rimane colpiti dalla precisione delle immagini, l’emozione interna che a volte è trattenuta e a volte esplode in un cenno finale, gli incipit e le chiuse ben delineati, il senso del ritmo. Una costante della raccolta è l’attrito fra i ritmi naturali e il persistente lamento dell’io: da una parte il calendario avanza (si percepisce che i testi sono ordinati secondo una progressione stagionale, se si fa caso non solo ai nomi dei mesi ma anche ai diversi fenomeni meteorologici e alle diverse fioriture), dall’altra non varia l’attitudine del soggetto a mettersi di profilo, a incunearsi nel paesaggio con le proprie spigolosità. Gli “spigoli” del titolo sono “vivi” perché non mutano, sono il contorno di un io che non si incastra nel mondo, nonostante questo sfoggi ‘abiti’ diversi.

neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

Le osservazioni sulla natura sono disadorne, concrete (il sollievo di non dover spalare), eppure si apre un accenno di lirismo riguardante un’attesa vana. Un uccello ravviva la scena movimentandola. Poi un altro tratto liricheggiante, con il soggetto alla finestra perso in alcune fantasie, che però hanno un risvolto cupo e tarpano ogni consolazione. Si noti anche la compattezza fonica: nei primi cinque versi l’allitterazione di /v/ moltiplica l’immagine nivea (neve, verrà, neve, vola, nervoso, dove), nell’ultimo periodo invece le allitterazioni consonantiche e i verbi sdruccioli proiettano la contiguità fonica sul piano semantico, con l’effetto di uno sviluppo unitario dalla finestra al soggetto fantasticante alla fine della civiltà.

La mancanza di conforto presiede anche l’architettura del libro. Le tre sezioni portano i titoli “Guasti”, “Assedio”, “Spigoli vivi”. La prima poesia mostra una devastazione causata da grosse piogge e un’esondazione: danneggiati i mulini, la balera, le strade; a restare intatto è invece un nuovo bar, con le sue decorazioni di plastica. Qui il soggetto è assente, ma filtra in un ironico commento («in compenso») nel passaggio dalle devastazioni iniziali allo stato di illesa finzione del bar. L’ultima poesia della stessa sezione gioca abilmente con il piano fonico, enfatizzando la crudezza della situazione:

stanno tagliando
i tigli tra l’ospizio
e i condomini –
crepitio come di ossa
i rami secchi al suolo.

La seconda sezione, non a caso intitolata “Assedio”, si apre e si chiude con un senso di limitazione: la prima poesia attacca dicendo «abito pensieri bassi e bui come | queste stanze dalle finestre piccole», mentre l’ultima poesia termina con la confessione del soggetto di «tracciare labirinti di talpa». La terza sezione inizia con l’immedesimazione in una storia di solitudine («perduti i conoscenti», «a cui nessuno bada») e si chiude con il desiderio di vicinanza umana («vorrei qualcuno che di là | in cucina facesse nero e bollente | altro caffè, ma è silenzio | alle mie spalle»).

Eppure in questi versi non manca il brio. Lieve, ma quando appare è così felice: un incipit così aperto, con le sue belle /o/: «ostinato al bel tempo e sporco e opaco»; la pervasività degli odori: «dal bosco si spalma come burro | sul pane l’odore greve dell’aglio | selvatico»; un’intensità simile a una passione improvvisa: «gli acquazzoni che verranno | a far poltiglia di rose e insalata»; la nostalgia: «a ritroso degli anni e degli odori»; la spossatezza: «fatica di festa»; il rimpianto: «in quella scia di borotalco»; la sfumatura ironica: «in ombra sulla veranda le piante grasse | crescono magre». Ecco, da questo campione il lettore potrà cogliere la varietà, mai eccentrica rispetto ai temi e ai toni dominanti, che dà a questi versi un che di vivo.

Spigoli vivi mostra anche, senza esibirlo, un lavoro strutturale, stretto tra due poli: le giunture tra l’insieme e la compattezza del singolo elemento. Ho già detto della progressione stagionale che regola l’ordine delle poesie; a questa progressione si abbina un ulteriore criterio affiorante qua e là, e cioè una sorta di richiamo interno per cui alcune parole messe nei versi finali di una poesia ritornano nei versi iniziali della successiva, quasi a comporre delle libere coblas capfinidas. Tra una pagina e l’altra non corrono sbalzi, c’è un filo continuo che si sviluppa con naturalezza. E però ogni poesia è un tutto chiuso, spesso coincidente con l’arcata di un periodo: così le tessere della frase assomigliano alle pietre di un arco, tutte sono indispensabili e su tutte è distribuito il peso. Il lettore entra ed esce in ogni poesia con la sensazione di aver attraversato uno spazio chiuso, poi però questi spazi chiusi sono tra loro collegati, allora man mano che avanza si accorge che chi ha scritto questo libro non ha trascurato nulla.

 

Da quando mia madre, bella la faccia
affilata dai novant’anni,
con voce che pesca nel fondo
tradisce il rimpianto
di non aver avuto scarpe coi tacchi

a sostenere le gambe
al tempo che erano buone, io
io, mio malgrado fedele a mio padre
che sciolto nel buio singhiozza,
esco nel campo a zappare
rivoltando rabbiosa zolla su zolla
per trovare la terra
e piantarvi le rape rosse
che come noi grossolane nel sangue
sapranno soltanto
sporcarmi di lutto e vergogna le mani.


Spigoli-viviDaria De Pellegrini, Spigoli vivi, prefazione di Franca Mancinelli, Latiano (BR), Interno Poesia, 2017, pp. 84, € 10.