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Sul viale del tramonto. ‘Costellazioni del crepuscolo’ di Permunian

Michele FarinadiMichele Farina
4 Dicembre 2017
in Letterature
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Sul viale del tramonto. ‘Costellazioni del crepuscolo’ di  Permunian

Come spesso accade all’interno delle sue storie, l’ultima creatura di Francesco Permunian emerge dalle nebbie di un passato mai congedato, tornato a tormentare il presente. Sotto il titolo Costellazioni del crepuscolo (Saggiatore, 2017) sono infatti raccolti i primi due romanzi dello scrittore nativo di Cavarzere, Cronaca di un servo felice (Meridiano Zero, 1999) e Camminando nell’aria della sera (Rizzoli, 2001), collegati e ridefiniti da un interludio di brevi prose inedite che danno il titolo a questa, lo si dirà da subito, necessaria operazione.

In Cronaca di un servo felice, il personaggio di Ermete Carafa ci offre il suo punto di vista su un mondo grottesco e allucinato, popolato di perversi nobili decaduti, cattolici flagellanti e filistei, guitti e bestie da circo. Il lettore segue la discesa agli inferi del “servo” Ermete nel suo morboso rapporto con la vecchia contessa Pallavicino, l’altra figura-perno del libro. In Camminando nell’aria della sera, il dottor Porfirio Papas, medico di un paese sulle rive del lago di Garda, è l’occhio c(l)inico che presenta i peculiari casi dei suoi pazienti in una rassegna di brevi scorci, che non rinunciano tuttavia a rimandarsi a vicenda, collegandosi romanzescamente e mantenendo una certa fluidità strutturale. Pur essendo l’etichetta del romanzo la più adatta a definire questi libri, va sottolineata la volontà precisa di Permunian di non percorrere i sentieri di una narrazione “monoteistica”, quanto piuttosto lo sforzo di creare complesse macchine polifoniche, composte per aggregrazione di avventure e divagazioni, che moltiplicano le prospettive su un mondo mai univocamente leggibile.

In apertura della sezione Costellazioni del crepuscolo. Pensieri e parole ai bordi della notte, che collega i due romanzi, l’autore ci ragguaglia sull’origine dei materiali che vi sono raccolti, accumulati durante la stesura della Cronaca: da questo incubatore, che lo scrittore definisce «un’arca di inesauribili incubi contagiosi e deliranti», avrebbe preso vita non solo la sua opera d’esordio, ma anche le successive prove narrative. Si tratta di rapidi barlumi che tracciano una traiettoria inedita tra due stelle fisse della poetica di Permunian, le cui leggi fondamentali potranno essere scoperte proprio a partire da qui:

È  in me un luogo deserto e inospitale che sta tra il buio e la luce. Una terra di mezzo che temo stia per diventare la mia patria. La mia unica casa. È lì che mi sento a mio agio, acquattato in un cantuccio per acchiappare al volo farfalle e fantasmi. Angeli e demoni. È una terra che non compare ufficialmente sulle carte geografiche, nemmeno in quelle militari, forse perchè essendo sempre avvolta dalle ombre del crepuscolo risulta pressochè invisibile ad occhio umano. O forse perchè per arrivarci occorre uscire dalle solite strade e imboccare, inavvertitamente, un cammino senza ritorno.

La sezione intermedia di questo volume si apre con queste parole, che individuano nell’imagerie crepuscolare la soglia che mette in contatto il mondo diurno con tutto ciò che sta di là, la ferita cosmica che garantisce passaporto e licenza di uccidere ai fantasmi. Se alla luce corrisponde quella parentesi di non-morte che chiamiamo vita, i personaggi prediletti delle storie di Permunian saranno coloro che più di tutti saranno vicini al buio del non-essere: bambini, ma soprattutto vecchi (con una predilezione per i vecchi tendenti alla regressione infantile), soggetti per eccellenza sordi a ogni impositura esterna e dominati dalla pura pulsionalità. Basti pensare alla principessa Pallavicino, cariatide bambina, che invano si dibatte per percorrere a ritroso quel «cammino senza ritorno», che, come è noto, ha un solo senso di percorrenza.

Nella cappa di malattia che permea i romanzi di Permunian, l’inscindibilità di psiche e dato fisiologico si manifesta nell’inventario di nevrosi e disturbi psichici che affliggono l’umanità tutta, narratori compresi. Al crepuscolo si incrinano i confini, lasciando debordare lo straniante nel consueto, il sacrilego nel sacro e la pazzia nella sanità. «La lontananza. L’oblio. E il passaggio delle stagioni. È ciò a cui pensavo una sera di novembre nel viale di un manicomio, abbandonato tra i padiglioni dei matti nella sera di un tristissimo novembre»: il rapido consumo dell’esistenza tarla e polverizza anche la memoria, farmaco spesso beffardo per i personaggi di Permunian, nonchè inimitabile fonte di fantasmi.

La morte proietta le sue lunghe ombre sulla vita, che, spogliata di ogni demistificazione, vede spesso ridurre il suo spazio alla sfera corporale. L’essere umano è prima di tutto un involucro di carne e sangue dominato da desideri e passioni: «Più del novanta per cento delle persone che incontro è carne in scatola, esattamente carne in scatola e niente di più», così attacca un altro frammento delle Costellazioni. Mettere la caducità al centro dell’universo significa smascherare l’ipocrisia che vuole l’uomo altro da ciò che è, rovesciandolo dalla sua impalcatura di sovrastrutture, un po’ come accade a Tonino Bilancia, una delle memorabili figurine dipinte dal dottor Porfirio Papas in Camminando nell’aria della sera. Tonino è uno dei tanti alienati del paese, la cui peculiarità consiste nello spostarsi ovunque su due altissimi trampoli costruiti dal padre, fino a quando disgraziatamente gli accade di cadere, durante una sera di Capodanno:

Il poveretto lanciò un urlo disumano, annaspava come uno che sta per annegare. Era in piena crisi di panico, si calmò dopo che gli ebbi praticato una iniezione di valium. «Antonio è ossessionato dal terrore di toccare terra» mi confessò suo padre in quella triste circostanza. «Quando cade dai trampoli, gli sembra sempre di sprofondare nella pazzia».

La riconnessione alla terra, con tutto ciò che comporta, spesso si incanala in un getto di fiele corrosivo vomitato contro i paradossi del cattolicesimo bigotto e contro le vane arroganze della classe intellettuale italiana, storicamente colpevole di aver trasformato la letteratura in un carnevale in cui troneggiano scritture spesso effimere e transitorie. Nella Cronaca i pitali prendono il posto dei libri sugli scaffali della biblioteca di palazzo Pallavicino, inaugurando il discorso coprolalico che sempre ricaverà il suo spazio tra le pagine di Permunian, il quale in Il gabinetto del dottor Kafka (Nutrimenti, 2013) predice per bocca di un suo personaggio un destino di progressiva «fecalizzazione culturale» per le lettere italiane. Il momento satirico in Permunian raramente stona  in quanto condotto ancora una volta su una soglia, un piede ben fermo in una critica presa di distanza e l’altro che affonda nella dolorosa partecipazione umana, perchè non esiste strale che non si alimenti anche delle contraddizioni di chi lo scaglia.

Rileggendo quelli che sono stati gli esordi del Permunian narratore, si nota da subito la maturità e la fermezza della sua voce, cui si potrebbero accostare molti nomi illustri della letteratura novecentesca italiana, ma soprattutto europea: da Kafka a Bernhard, da Gombrowicz e all’amatissimo Schulz. Si è parlato di “voce” per rimarcare nuovamente la qualità somatica di questa scrittura, gesto viscerale levigato nel rigore. L’espressionismo cui si può generalmente ascrivere questo stile non ne esaurisce qualità. Permunian, che per anni in gioventù scrisse poesie prima di passare alla prosa, è scrittore particolarmente attento ai valori musicali e al ritmo del suo periodare, quanto abile nel variare registro a seconda della necessità, sempre conservando grande riconoscibilità da un libro all’altro.

Introdotto da una prefazione di Salvatore Silvano Nigro, Costellazioni del crepuscolo (del quale all’editore, meritevole della felice operazione, si vorrebbe appuntare solamente la scelta fuorviante dell’illustrazione di copertina) ha il merito di fare nuova luce sugli esordi di un autore spesso rimasto nella penombra della scena letteraria, ma che, nonostante i numerosi riconoscimenti critici, merita di essere avvicinato da un pubblico via via sempre più ampio. Si segnala in questo senso il film-documentario Arlecchino notturno (2017), diretto dal regista Paolo Jamoletti e prodotto in Francia, così presentato dal suo autore: «Arlecchino Notturno é un percorso per frammenti nei luoghi fisici e mentali che hanno ispirato il circo allucinato ed il delirio feroce della scrittura di Permunian». Questo lavoro, ricco di contributi illustri, letture e testimonianze, ha il merito di far cadere lo spettatore dentro il mondo visionario di questo scrittore d’autunno. Per chiudere con Beckett: «Ma capisco benissimo, voi non siete di qui, non sapete ancora che cos’è il crepuscolo da noi. Volete che ve lo dica io?».


costellazioni-del-crepuscoloFrancesco Permunian, Costellazioni del crepuscolo, prefazione di Salvatore Silvano Nigro, il Saggiatore, 2017, 403 pp. 24€

 

Immagine di copertina: Lasse Hoile, Vivid Shades of Melancholia.

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Tags: bufforCostellazioni del crepuscolomortePermunianromanzoSaggiatoretramonto
Michele Farina

Michele Farina

insegnante e studioso; ha conseguito un dottorato di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha scritto alcuni saggi, qualche recensione, moltissimi verbali.

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