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120 battiti al minuto: la Senna si tinge di rosso

Giuseppe CavaleridiGiuseppe Cavaleri
22 Settembre 2017
in Cinema
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120 battiti al minuto: la Senna si tinge di rosso

“Il movimento è vita”. Quest’ideale, esibito come uno slogan, ci accompagna durante la visione del film 120 battiti al minuto di Robin Campillo, nelle sale italiane a partire dal 5 ottobre. La parola “movimento” è, in questo caso, ambivalente.

Quest’opera, premiata durante l’ultimo festival di Cannes col Gran Prix speciale della Giuria, evoca le azioni dell’associazione militante Act-Up Paris, un movimento che lotta contro l’AIDS fin dalla sua fondazione alla fine degli anni ottanta. I suoi membri si rivendicano come dei non violenti e rimangono aperti al dialogo. Ciò che li contraddistingue da altre associazioni sono i loro atti di protesta spesso eclatanti. Uno dei più famosi è legato all’obelisco di Louxor, situato a Parigi sulla piazza della Concordia: il 1° dicembre 1993, la scultura è ricoperta da un preservativo rosa formato gigante (vedi descrizione). Quest’atto vuole scuotere l’opinione pubblica, che all’inizio degli anni novanta preferisce ancora omettere i rischi legati alla trasmissione del ben noto retrovirus.

Act_up - 1 dicembre 1993

Un altro tipo di movimento – fisico in questo caso – contraddistingue tutti i personaggi di quest’opera corale. I loro corpi si scuotono, ballano, si mescolano continuamente. La fissità della morte però aleggia su ognuno di loro. Lo spettro di una malattia ancora incurabile, gli effetti secondari di cure ancora inadeguate e le infezioni opportunistiche che li immobilizzano in un letto d’ospedale non scuotono il morale di questi esseri uniti, nel bene e nel male, dalla loro patologia.

Tra un’azione rocambolesca – lancio di palloncini riempiti di sangue finto – e un’assemblea generale, l’autore ci inoltra nelle vite di persone che risentono quotidianamente i limiti del nostro fragile involucro umano. Vivere il presente intensamente è il leitmotiv di questi militanti uniti malgrado le loro differenze.  Act-Up Paris difende tutte le minoranze, non curandosi delle loro origini nazionali e sociali, del loro orientamento sessuale, della loro fedina penale: siamo tutti umani davanti alla malattia, tutti mortali, tutti uguali.

Non bisogna pensare che gli atti di questi personaggi siano catalizzati dalla disperazione, tutt’altro: ciò che li stimola è la passione. Ognuno di loro desidera una forma di riconoscenza che va oltre i meri interessi personali. I messaggi da loro evocati sono universali, i loro slogan immortali. Questa passione è rappresentata cromaticamente dal rosso, che si palesa durante le loro azioni su forma di emoglobina sintetica che intacca, colpisce e segna tutti coloro che si ostinano ad adottare la politica dello struzzo. Anche la Senna, arteria principale di Parigi, diventa rossa, rossa come il sangue così spesso evocato dai resoconti dettagliati esposti dai ricercatori e dai pazienti filmati da Campillo.

E mentre pazienti e medici discutono dei probabili risvolti di cure inadeguate, l’opinione pubblica e i rappresentanti politici guardano altrove. L’autore denuncia senza mezzi termini le autorità nazionali e le istituzioni pubbliche e private, incapaci di affrancarsi da mentalità e da codici derivati da principi morali meramente cattolici. In effetti, una parte della società transalpina mostrata da Robin Campillo è ben lontana dagli ideali di “libertà, uguaglianza e fratellanza” che dovrebbe sostenere.

L’ostracismo è la via scelta dalla cultura dominante. L’AIDS è direttamente associato ai rapporti tra omosessuali, e in un Paese ancora ben lontano dall’epoca del “mariage pour tous” [matrimonio per tutti], gran parte della popolazione si considera immunizzata da questa problematica sanitaria e sociale.

Ma come dicevamo, la morte è un fenomeno universale. Un fenomeno mostrato dall’autore senza eroismi e senza filtri. La morte di uno dei suoi personaggi principali chiamato Sean, ispirata liberamente da quella di Clews Vellay – cofondatore del movimento –, è mostrata come una decadenza corporale lenta quanto dolorosa. L’autore evoca inoltre, senza mai parlarne, il tema ancora delicato dell’eutanasia. La veglia funebre che ne segue ci mostra momenti di estrema umanità. Davanti al corpo inanime di Sean, ogni personaggio reagisce in modo diverso; una volta riuniti, però, la loro scelta sul da farsi è unanime : la morte, per quanto drammatica essa sia, non fermerà la loro lotta. Gli ideali difesi dal loro compagno continueranno a vivere attraverso le loro azioni, dando vita a nuove lotte.

Se avete apprezzato Harvey Milk (2008) di Gus Van Sant o Dallas Buyers Club (2013) di Jean-Marc Vallée, vi invito a visionare il film di Robin Campillo, un’opera che, malgrado i temi affrontati, esprime momenti intensi e pieni di vita.

Tags: 120 battiti al minutoaidsAlmodóvarCannesRobin Campillo
Giuseppe Cavaleri

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