Gian Mario Villalta, direttore artistico del festival Pordenonelegge racconta i diciotto anni di storie a capo di uno dei festival più importanti in Italia.

Pordenonelegge compie diciotto anni. In quasi due decenni si impone come uno dei più prestigiosi festival italiani di poesia e letteratura e nel 2014 ha superato le centotrentamila presenze, più del doppio della popolazione di Pordenone, un dato eccezionale nella ricezione di un pubblico di letteratura in quattro/cinque giorni. Al Direttore Artistico di Pordenonelegge chiedo: il pubblico letterario è ancora così affamato di letteratura, nonostante l’assenza totale dei palinsesti televisivi? E in cosa si misura questa fame di letteratura?

Allora, la cosa potrebbe essere complessa, partiamo dai numeri, che sono sempre indicativi – si dice sempre centotrenta per gli organizzatori, seimila per la questura. La realtà, secondo me, e la cosa interessante, e che spero che tu venga a vedere, è che noi abbiamo praticamente trecento appuntamenti durante cinque giorni, in ogni luogo disponibile della città, poi mettiamo anche tre tendoni che coprono proprio tutto il centro storico. Abbiamo un’offerta libraria molto ampia, e al di là dei numeri questo è il dato importante. La fame di letteratura, dici. Che è dovuta a che cosa? Intanto, senz’altro, c’è un numero non esiguo, ma neanche molto alto, di italiani che leggono. Fai conto che qua vengono, intanto, da un raggio di cento, centocinquanta chilometri per assistere, ma vengono anche da più lontano, perché c’è chi per passione mette insieme la breve vacanza, il weekend, si prende un giorno non solo per andare al mare, ma anche per andare a seguire degli appuntamenti letterari. Le ragioni sono forse proprio perché non passa totalmente la televisione o un certo mondo, diciamo, della comunicazione più easy o più mirata al calderone delle chiacchiere, della notizia e dei commenti. E pensare che la lettura tante volte è un atto anche solitario. No, è sempre un atto solitario ma tante volte è solitario proprio perché non ci sono, in certi luoghi, neanche modi di condividere le proprie opinioni. Io conosco dei lettori che stanno in un posto magari più o meno isolato, vanno in libreria, prendono un libro, lo leggono e basta. Qualche anno fa ci fu una bellissima lettera al giornale, perché c’era chi protestava per fare un po’ di coda durante gli eventi e ci fu una lettera molto bella di una lettrice che scrisse al Gazzettino: «Guardate che per me la coda è un momento molto importante perché finalmente posso parlare di letteratura, dei libri che mi piacciono con della gente che se ne intende e così passiamo quella mezzora e magari poi si finisce anche in un bar a prendere qualcosa». È un fenomeno che si va moltiplicando quello dei festival, che incontrerà chiaramente poi il suo limite.

Immagino poi non sia stato semplice per Pordenonelegge arrivare a 18 anni. Il festival è cresciuto pian piano, fino ad affermarsi come una delle realtà più solide e prestigiose in Italia.

Pordenonelegge alla maggiore età ci è arrivato attraverso tutti i drammi dell’infanzia e dell’adolescenza, nel senso che non è stato sempre come oggi; abbiamo faticato molto, soprattutto per la collocazione nell’estrema provincia italiana. Arrivare a Pordenone non è facile, non era facile neanche sapere che c’era. All’inizio è stato molto faticoso, anche per ottenere la fiducia delle case editrici, anche domandare agli autori importanti, ma, insomma, a un certo punto questo meccanismo ha cominciato a funzionare e, secondo me, quello che ha funzionato veramente di Pordenonelegge è che c’è stato un sostegno vero da parte, prima di tutto della Camera di Commercio, che è stata la prima emanatrice e ha sempre sostenuto, finché non è stata fatta la fondazione; e comunque la fondazione è stata voluta ed è ancora sostenuta dalle categorie che formano la Camera di Commercio e questo significa avere il diretto sostegno dell’ossatura vitale ed economica di una cittadina come questa. E avere anche quel minimo di sostegno politico che è necessario, perché altrimenti tutto diventa un problema; anche se il Comune e la Provincia, laddove per ragioni di tempi di crisi, non ti possono sostenere economicamente più di tanto, se hai il sostegno istituzionale convinto diventa tutto più facile. La seconda fortuna, oltre a questa che ho appena detto, che è arrivata poi a dare il senso che credo sia quello bello di Pordenonelegge, è che la città, la cittadina si è pian piano identificata con la manifestazione.

Poesia sì, poesia no? La poesia è una presenza costante e fondamentale all’interno di Pordenonelegge, rispetto ad altri festival, dove viene messa spesso da parte.

Siamo l’unico grande festival, non specializzato in poesia (e in Italia non c’è un grande festival di poesia), che potrebbe essere considerato il più grande festival italiano di poesia. È un gioco di parole ma dice una verità, perché con settanta poeti presenti (o una cosa del genere) e una cinquantina di appuntamenti, possiamo dire di essere un buon festival di poesia.

E il più grosso anche. Infatti, dicevo, è una presenza costante e fondamentale…

Anche questo non tutto in una volta. Ovviamente io ho sempre pensato alla poesia perché da lì vengo, però, secondo me c’è della poesia importante in Italia, forse la più importante d’Europa e forse anche nel mondo potrebbe dire la sua. Ci sono poeti molto bravi, ci sono delle cose che vengono scritte che hanno valore; però, lo sappiamo, i vent’anni di fraintendimento che ci sono stati tra poeti ed eventuali lettori durante gli anni sessanta e settanta fanno ancora il loro danno.

Scusami, puoi specificare meglio?

La specifico così, semplicemente: quando, ad un certo punto, arriva la scolarizzazione di massa e tutti quelli che vanno a studiare lettere e filosofia arrivano allo strutturalismo e alla semiotica, invece di capire quello che gli stavano dicendo, che era un sapere aggiuntivo a quello che dovevano sempre fare – cioè leggere con passione e studiare le circostanza di nascita di una poesia – hanno pensato che fosse un sapere sostitutivo, pensando che mettendo insieme quattro accenti e tre metafore la poesia potesse essere raccontata e spiegata a scuola, senza viverla come si deve fare, contestualizzarla e via via, e perdendo amore loro stessi per la poesia, creando un sistema scolastico in cui la poesia non c’è più. Perché quegli studenti sono diventati gli insegnanti della generazione successiva e hanno fatto tabula rasa della poesia, tanto che nelle scuole quando viene fuori Caproni all’esame di maturità (noi faremo un appuntamento proprio su questo, intitolato Caproni chi?) tutti quanti, o comunque un gran numero di professori di italiano dei licei, addirittura, si chiedono chi è Caproni, che è una roba vergognosa.

Secondo te, questo problema è dovuto soprattutto a quel ventennio?

È un problema di cultura oltre a essere un fenomeno, anche quello, europeo. Riguarda tutta l’Europa, tranne forse gli inglesi, che hanno avuto un’altra storia, non avendo avuto la guerra sul loro suolo, né la prima e né la seconda (la poesia inglese infatti ha una continuità che quella continentale non ha e loro hanno istituzioni, anche scolastiche, che non si illudono che possano essere tutti appassionati di poesia o dall’altra parte che sia qualcosa di irraggiungibile). La poesia si raggiunge facilmente se hai dedizione, se hai concentrazione, se hai tempo da dedicarci, come per ogni passione. Invece, qui, si oscilla tra una poesia che raggiunge anche quello che passa per strada, non si sa come, e una poesia che privilegia solo alcune anime elette. Non è vera né una cosa, né l’altra. Allora qual è stato il merito di Pordenonelegge?


“Invece, qui, si oscilla tra una poesia che raggiunge anche quello che passa per strada, non si sa come, e una poesia che privilegia solo alcune anime elette. Non è vera né una cosa, né l’altra.”


Accorgersi che, in fondo, stava succedendo qualcosa. Se pensi a diciotto anni fa, anche nella poesia italiana stava succedendo qualcosa, stava cambiando, la poesia che diventava più leggibile, che parlava più delle cose della vita. Con gli amici, quelli che poi nella vita sono poeti, Benedetti, Dal Bianco, Riccardi, abbiamo cominciato a fare i primi appuntamenti, le prime cose. All’inizio, ovviamente, essendo anche più piccolo il festival avevamo cinque appuntamenti di poesia; però, poi, quando il festival è diventato più importante, ci siamo accorti che questa parte poteva essere sviluppata non a detrimento del palinsesto, anzi profittando del fatto che con la scusa che un lettore era qua, si incuriosiva o faceva una piccola scommessa e andava magari a sentire anche il poeta. Fra l’altro abbiamo risultati di vendita interessanti per i libri di poesia, tanto che tre anni fa o quattro abbiamo fatto questa piccola scommessa con le librerie Coop di creare una libreria di poesia, che avevamo messo all’ex Tipografia Savio, e che quest’anno portiamo in centro in un palazzetto bellissimo.

Una libreria solo di poesia?

Solo di poesia. Se la poesia sparisce dalle librerie, dalle catene, noi facciamo una libreria solo di poesia. L’abbiamo portata anche al Salone del Libro di Torino per due anni e il secondo anno abbiamo avuto un risultato di vendite interessantissimo.

Ci sono i dati?

Ci sono i dati e sono interessanti nel senso che quattromila euro di libri di poesia venduti in tre giorni di fatto della presenza della libreria….magari li fa un altro piccolo editore, però non di poesia. È interessante. Abbiamo visto che nel tempo questo allargamento del ruolo della poesia, invece di avvenire come si pensava, essere a detrimento quasi del festival – perché fai una cosa che in teoria non interessa – abbiamo visto, invece, che aggiunge, a parte qualità, anche interesse, perché molti curiosi si trovano ad annusare l’ambiente, ad ascoltare magari le letture. C’è una presenza che fa contenti anche quelli che di poesia non sono appassionati e frequentatori.

La poesia totalizza lo 0,5% del mercato in Italia. Tu hai avuto grandi ospiti, cosa ci puoi dire dello stato di salute della poesia all’interno del festival?

Abbiamo avuto anche splendidi ospiti stranieri. Intanto la poesia delle donne in tutta Europa è meglio di quella degli uomini, come fermento.

Mi diceva la stessa cosa Balestrini molti anni fa, in un’intervista.

Beh c’è poco da fare. Ovviamente non so le giovanissime generazioni perché non ne faccio parte, ma i cinquantenni, i sessantenni, che sono quelli che dovrebbero essere più o meno affermati se valgono, discutendo per l’Inghilterra, la Romania, la Polonia, Germania, farei i nomi prima di donne che di uomini. Alle donne è successo qualcosa di straordinario, quelle che hanno la mia età o qualche anno di più, negli ultimi trent’anni, per quanto riguarda la loro vita, la loro autonomia e le loro scelte; che le ha segnate più degli uomini.

Dal punto di vista stilistico anche Buffoni mi raccontava che, fino agli anni novanta, scoprivi già da una prima lettura che una poesia era scritta da una donna. Adesso è diventato molto più difficile.

È chiaro, è chiaro. Adesso è più difficile perché, a parte che non hanno più il complesso di scrivere con una specie di interiorizzato, un complesso di minorità, che io faccio perché sono donna quindi devo essere più cauta, devo aver quei sentimenti che si attribuivano alla donna. Adesso abbiamo una difficoltà, volendo fare la prova di Turing, a distinguere femminile e maschile, perché molte donne si sono liberate dall’idea di dover per forza usare il tema femminile in un certo modo. Lo usano in maniera


“La poesia proprio per questo, senza scostarmi da quello che ho detto, ovvero che è profondamente legata alla vita in maniera assoluta, non deve essere diaristica e non deve essere il segno dei dati esteriori”


che, trattato sia simbolicamente, che concettualmente, che stilisticamente alla fine apprezzi il testo senza stare lì a fare questioni di genere, e addirittura, alcune brave giocano proprio a ignorare il fatto di dover per forza scrivere al femminile. La poesia proprio per questo, senza scostarmi da quello che ho detto, ovvero che è profondamente legata alla vita in maniera assoluta, non deve essere diaristica e non deve essere il segno dei dati esteriori, ma venendo dalla profondità dice delle cose profonde, e questo cambiamento nella vita delle donne avviene spesso in profondità.

Come intendi quest’ultimo legame? Come una frizione tra letteratura e vissuto o proiettato ancora più in là?

Tu ricevi chiaramente e formalmente delle cose, come in letteratura e quindi ti sembra, magari in un primo momento, che il tuo lavoro sia quello di far accedere ciò che è disperso nella tua vita, che è particolare, dentro quel codice che è la letteratura. In realtà, cosa che sto capendo recentemente, si tratta di andare più a fondo possibile nelle cose che ti sono accadute, che tu pensi, in cui sei dal principio, in modo da scoprire che non c’è altro modo di esprimerle se non un codice, perché non puoi dirle direttamente in quanto sono l’humus del linguaggio, della parlata quotidiana. Allora da lì dentro devi trovare qualcosa di più, un codice più specifico che poi è letteratura.

Non ha niente dell’autobiografismo?

No, no, perché chi fa letteratura semplicemente per ripetere un codice è evidente che faccia una porcheria. Cioè l’idea che tu, ripetendo un codice, che è quello letterario, fai letteratura è un errore. La letteratura vera nasce sempre dal fatto che si scopre la necessità di un codice, una forma, chiamala come vuoi, per esprimere quella roba che altrimenti sarebbe inesprimibile. Petrarca, a un certo punto, cosa fa? Ripete e ripete, uno dice: “Ah, che noioso, più o meno gira sempre intorno alle stesse cose!”, gira sempre intorno alle stesse cose perché si possono soltanto mettere in forma, circoscrivere e dare un senso solo attraverso l’istituzione di un codice, bisogna che passino per una autorialità.

Adesso volevo parlare del gusto dei poeti. Nel sito di Pordenonelegge, assieme ai questionari dei giovani poeti, ci sono anche quelli della sezione Dedalus (i dieci libri più belli di poesia). Portiamo la questione sul gusto. Emergono gli autori più importanti degli anni Zero, sia tra i questionari dei giovani poeti, indirettamente, sia proprio dalla domanda: quali sono gli autori più importanti tra il 2001 e il 2011? Incrociando questi dati con quanto c’è di Amazon e IBS, si vede che non incrociano i gusti dei poeti, i cosiddetti gusti del pubblico, in dati di vendita o di quello che poi potrebbe essere il pubblico della poesia fuori dal meccanismo dei poeti. Cosa puoi dirci di questo, dato che quasi tutti i poeti tra i più importanti degli ultimi venti anni li hai avuti qua, e dato che hai avuto anche la ricezione del pubblico, di un pubblico anche vergine, non solo di professionisti? Perché è caduta questa idiosincrasia?

Il web veicola certe cose e non altre. I poeti che fanno strada nel mondo della poesia in Italia, a parte casi curiosi che usano più intelligentemente il web, ne fanno un uso strumentale, avendo una loro comunicazione, organizzandosi in modo da aver dei followers, e poi fanno il libro per venderlo ai followers….

È una realtà giovanissima questa…

Però ci sono anche dei bei cinquantenni che utilizzano sapientemente questi strumenti. E quello può funzionare, dove la poesia è soltanto veicolo di questa nuova realtà comunicativa, dove la poesia si riduce a frasette simpatiche, a dati esperienziali. E’ la comunicazione diretta tra uno che tiene un blog e un tipo di pubblico. In generale, secondo me, c’è una bontà nel far circolare poesia, trascriverla, commentarla che è generalizzata ma di solito è veramente superficiale, al punto tale da ridursi alla foto del gattino con la poesia vicino, la foto del fiorellino, in cui c’è un depotenziamento della poesia e un discorso di falsa accessibilità. Gli altri, come abbiamo visto, da una parte e dall’altra, in fondo usano gli strumenti tecnologici come blog, schermo, ma sostanzialmente è soltanto il supporto che cambia; i modi della comunicazione sono rimasti quelli della carta. Il libro rimane il punto di riferimento, la pagina scritta, anche se elettronica, è una pagina che ha i caratteri tradizionali della poesia. In questo caso, ci può essere l’incontro tra le due realtà, ma raramente. La borsa della poesia in Italia con i suoi alti e bassi circola, si veicola…

…in una comunità?

…in una comunità che comunque, anche se passa attraverso il web, è legata alla pagina, è legata al libro. Avevamo iniziato con l’idea di far soltanto la collana e-book. A nessuno interessava, neanche ai giovani. Un poeta, anche giovane, di quelli che trovi anche sul web, che sono attivissimi, vuole il libro di carta, che è curioso se ci pensi. Vive sul blog, vive sul web, ma se fosse quella una realtà non virtuale l’impatto, circolando, potrebbe essere l’equivalente del libro, invece…come mai non è così? Lascio a te la risposta, perché io non l’ho capito. È chiaro che per me il libro è di carta, perché è sempre stato così ma…

Il libro continua ad essere di carta, soprattutto di poesia, nonostante l’abbondanza di testi nel web, l’e-book non è più un problema come si pensava a inizio degli anni Zero. L’ultima collana di Feltrinelli è e-book ma io non so quanto abbia venduto – penso poco.

Poco, perché è difficile far sapere che c’è…

Prendendo due libri di Solimine: L’Italia che legge e Il costo dell’ignoranza in Italia, entrambi Laterza. Solimine fa un’analisi dei dati ISTAT dei lettori in Italia. Parliamo di quattro milioni di quelli che lui ritiene i lettori forti, che leggono dai tredici libri in su (l’anno). Andiamo però nelle più grandi case editrici in Italia per le vendite della poesia: quattro milioni di lettori forti, ma nelle grandi case editrici le vendite della poesie sono di duemila copie, tremila copie, quattromila copie nella distribuzione nazionale. Abbiamo una comunità di lettori nella quale, uno su mille, uno su duemila forse è già più realistico, legge poesia, compra un libro di poesia. Se andiamo sulla piccola e media editoria, uno su diecimila legge poesia. Come mai siamo su questi numeri? Parliamo di statistiche da malattia rara.

Torniamo a quei venti anni di divorzio e di allontanamento tra i lettori e il gruppo di chi faceva poesia , che perdeva tutto, ma comunque restava nell’ambito della poesia con i propri maestri, senza accorgersi di ciò che stava succedendo: io non credo che la poesia abbia avuto e possa avere una quantità di lettori equivalente a quella del romanzo o a quella della divulgazione scientifica. Perché, di fatto, richiede un certo impegno in più, una certa propensione in più. Ciò non toglie che le proporzioni potrebbero essere ben diverse se a un certo punto non fosse esplosa, all’inizio degli anni ottanta per la prima volta, la fortuna italiana del romanzo. Il romanzo ha cominciato a marciare in un certo modo solo all’inizio degli anni ottanta. L’editoria non può parlare per casi singoli, rispetto a certi romanzi che vendono cinque copie, le duemila/tremila copie di Milo De Angelis sarebbero un affarone. Però, una casa editrice come Mondadori non può fare questo ragionamento perché non può fare libri, e farne tanti, con l’idea di vendere tremila copie. L’organico industriale, la composizione, l’investimento, ecc., deve pensare di fare libri che vendano dalle quindicimila in su come minimo. In realtà, pubblica libri, anche se non succede più da tempo, che mediamente vendono cinquantamila copie, e deve pubblicarne almeno uno a settimana, per sostenere quel piano industriale lì. Ma sul versante poetico qualcosa sta cambiando: adesso tutti quanti, anche gli editori, tornano a fare poesia, è tornato Garzanti, tornerà Bompiani, è tornato Feltrinelli con la ZOOM, e vedrai che poi qualcosa succederà anche là.

Qua mi collego subito all’ultima domanda e poi ne farò un altro paio sui giovani poeti. In questi quarant’anni ti sei occupato di letteratura su ogni versante, dalla critica al saggio ai romanzi, però rimani uno dei più grandi e riconosciuti poeti italiani esistenti. Ne hai vista moltissima di acqua passare sotto i ponti e a Pordenone hai portato i maggiori poeti italiani. Che cambiamenti hai visto in questi dieci anni? Abbiamo visto già il mondo del romanzo cambiare molto negli anni duemila, ma per il mondo della poesia?

Il cambiamento che io mi auspico è che si sciolga un equivoco tra l’intrattenimento e il lavoro serio, non voglio parlare di ricerca, di non ricerca….

In poesia o nel romanzo, dici?

Nel romanzo. Si sciolga l’equivoco che in Italia è stato coltivato. Mi auguro si possano leggere dei romanzi fatti bene, che sono romanzi dove chiaramente la trama conta, ma pare che la cosa più importante sia la vicenda, la collocazione geografica in cui mi parlano di quella città. Riguardo la poesia spero ritorni la necessità di scrivere della propria esperienza, come dicevo prima, della propria vita, in


“Il cambiamento che io mi auspico è che si sciolga l’equivoco tra l’intrattenimento e il lavoro serio.”


maniera che qualcuno possa leggere, cercando delle forme anche più armoniche e più compatte, magari articolando un sistema in modo che le poesie formino un’immagine più precisa, non siano dei singoli elementi, dei singoli esperimenti. Sto riflettendo anche su me stesso, dato che oggi la poesia è arrivata abbastanza a buoni esperimenti, ad essere anche letta e compresa; tu pensa a cos’era il Milo De Angelis di Millimetri, adesso ci racconta lui cosa scriveva. Certo, lo capiamo un po’ cosa voleva scrivere, allora molto meno. Ma erano anche i gusti, allora si leggeva Celan. Adesso si legge Celan come si guarda Burri. “Per essere qualità deve essere un’astrusità” non è più un dogma.

È stato un dogma “per essere arte di qualità non deve essere chiaro”?

È stato il dogma di tutti gli anni sessanta e settanta. Non a caso da lì in poi sono venute fuori delle scuole contrarie.

Quindi qual è il rapporto che tu più o meno hai con l’avanguardia storicizzata?

Il problema è che tu stai compiendo un atto, il problema del tempo del vissuto è questo: quando uno fa una cosa e dice questa cosa è importante farla (1958-59) e mi scrive Laborintus, ha una visione che è quella della sua esistenza, e io posso dire che fa una cosa importante, il problema un po’ è la sua perseveranza, ma soprattutto quelli che trent’anni dopo usando e ripetendo quel codice, per tornare al discorso di prima, pensano di fare una grande operazione e sono dei meri epigoni. Fanno una cosa semplicemente perché hanno identificato in maniera morta e sterile una forma che era terribilmente viva e non a caso era irta di polemiche; l’ultima volta è successa la stessa cosa con la poesia in dialetto. Con la Neoavanguardia Italiana è successo qualcosa di cui tutti, anche gli avversatori, dovevano tenere conto. Polemicamente, da vicino, da lontano, tenendo le distanze; l’ultima volta che è successo qualcosa di analogo è successo negli anni ottanta, primi novanta, con quello che è arrivato alla poesia in dialetto, che ha portato altri sguardi, altre esperienze, altre cose e di cui tutti hanno dovuto tenere conto. Se tu pensi alla famosa polemica di Giudici: “scrivere in dialetto è come nuotare con le pinne”. Poi anche lui comincia a mettere la poesiola in dialetto, surrettiziamente, perché non potevi non tenerne conto. C’è stato un momento in cui succedeva qualcosa ed è stato l’ultimo, poi non è successo più nulla di così…

Sto notando una tendenza alla prosa che surclassa il verso, nel territorio della prosa poetica e in quello confinante della prosa in prosa. Parlo di scritture di ricerca soprattutto.

Sì, dipende se questo ti veicola una sospensione rispetto a quella che è la prosa. La poesia è la sostanza, non è mica andare a capo, l’orecchio funziona lo stesso, la scansione, se le parole sono messe in un certo modo, funziona lo stesso. Tu sai che l’andare a capo è legato all’invenzione della stampa, alla scrittura umanistica. Quando la carta era un supporto e si faceva con la mente, tu riconoscevi i metri perché erano quelli, anche scritti con la scriptio continua.

Quindi per i prossimi dieci anni cosa può accadere in poesia?

Per i prossimi dieci anni, le cose belle che vedo sono più attenzione al libro, più che alla poesia in generale, al libro fatto bene.

Un ritorno al libro organico quindi?

Un ritorno all’idea che io faccio poesia sì, ma perché io mi curo un discorso che sta dentro un libro, una ricerca di maggiore organicità. Non più l’eccezionalità dello stile, che poi diventava ogni volta, in ogni poesiola, un’opera unica, quanto invece cercare di elaborare un discorso più organico all’interno di un libro, addirittura con qualche eccesso, che vedo già nei più grandi che son più furbi e ci arrivano prima, ma peggio; addirittura con l’intenzione di organizzare un discorso, quasi di fare un saggio, e allora mi interessa meno.

Prevedi un ritorno del poema in versi?

Sì, una cosa così, ma con un’altra coscienza. La vita adesso si presta. Un tempo sarebbe stato curioso produrre una serie di frammenti e poi dire “guarda che questo è un racconto organico della nostra vita”. Adesso, invece, si capisce benissimo che effettivamente è così. Quindi la poesia potrebbe essere uno strumento veramente straordinario, e secondo me alcuni giovani ci stanno lavorando o ci stanno pensando – un approfondimento, anche questo qualcuno lo sta facendo di nuovo, del rapporto tra linguaggio veicolare e linguaggio della poesia, che sono due cose diverse.

Cosa ne pensi di questi mala tempora che corrono nel binario della poesia? Quelli che si lamentano che scrivono tutti, scrivono troppo? Si sono sempre lamentati di questo nella storia della poesia?

Sì, c’è sempre questo atteggiamento controverso nei confronti dei poeti, prima abbiamo una certa gelosia nei confronti del poeta, ma nel momento in cui uno che ci piaceva tanto lo leggono tutti, non ci piace neanche più, no? È un legame tanto complesso e quindi è difficile che uno facendo il poeta raggiunga traguardi sociali di particolare felicità economica. Quindi il lamento sì…Vedi un altro che ha meno carriera di te, ma fa un’altra cosa e vive meglio dal punto di vista economico, e poeti e filosofi, si sa, da sempre hanno fatto questa parte qua, fa parte della materia. Detto questo, che è un refrain infinito, in realtà le cose vanno cambiando, c’è una maggiore attenzione, c’è un cambiamento di circostanze che porta a pensare che potrebbe succedere qualcosa di interessante e poi….a me non va di lamentarmi che scrivono tutti perché tanto scrivo anch’i, e non mi sento così diverso da tutti, cioè non mi sento di avere un diritto che tutti gli altri non devono avere; poi, ripeto, se le cose andassero in un certo modo – e potrebbero andare – si potrebbe ricreare una circolazione, una condivisione di cose che vale la pena di leggere e tutto s’aggiusterebbe da sé.

(Questa è la fedele trascrizione del colloquio avvenuto con Gian Mario Villalta, direttore artistico di Pordenonelegge, il 29/08/2017)