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Prima del mito c’era Jimi, All is by my side

Fabio DisingrinidiFabio Disingrini
6 Ottobre 2014
in Cinema
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Prima del mito c’era Jimi, All is by my side

jimi-banner

di Fabio Disingrini

Lord have mercy this key won’t unlock the door

I have a bad, bad feeling, That my baby don’t live here no more

That’s alright! I still got my guitar! Look out now! Yeah!

(Jimi Hendrix, Red House)

Prima di diventare Hendrix, prima di (s)consacrarsi infiammando una Fender Stratocaster a Monterey, prima di trasfigurare The Star-Spangled Banner a Woodstock, prima della leggenda c’era Jimi, nato a Seattle, spensierato chitarrista di Curtis Knight, fan di Bob Dylan. Jimi, All is By My Side di John Ridley ci racconta una storia diversa dalla vulgata nella proiezione del mito: i primi concerti al Greenwich Village sotto l’egida mecenatesca di Linda Keith (al tempo fidanzata di Keith Richards) e specialmente la genesi della Jimi Hendrix Experience nel tessuto del 1967, formidabile anno londinese.

Perché All is By My Side è soprattutto Swinging London, il Prêt-à-porter di Carnaby Street, il mondrian di Yves Saint-Laurent e i caschetti scolpiti da Vidal Sassoon. E naturalmente la musica di God (Eric Clapton) e Jeff Beck, dei Beatltes e degli Who. Minimal e futurista, mondana ed epidermica, Londra accoglie Jimi, le sue camicie figurative e i suoi capelli afro come un curioso archetipo che vuole trasformare la struttura del blues. E proprio le nuove modernità di una città idiosincratica plasmeranno la prima iconografia di Jimi: una giacca, anzi, La Giacca della British Army, la chitarra dietro la schiena e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nell’epifania del Saville Theatre.

 All is By My Side è la storia di Jimi leggero e disimpegnato che, bigodini in testa, dice di sembrare un pappone con la chitarra al contrario. La storia di Jimi che non vuole cantare e che non vuole diventare un simbolo, nemmeno della Black London, ma soltanto suonare la sua Stratocaster. La fatalità di un prodigio incurante che sceglie il bassista Noel Redding perché gli piacciono i suoi capelli (e sembrano quelli di Dylan) e Mitch Mitchell lanciando una moneta. La storia di Jimi e delle sue insicurezze, ma anche delle sue “pause istintive” quando sale sul palco dei Cream depennando Eric Clapton con una session onnipervasiva.

 Altra chiave del film è la padronanza della donna sul primattore. Hendrix dice alle sue ragazze che non c’è niente per loro dove sta andando («There’s nothing up there for you»), ma intanto Fayne Pridgeon lo mantiene ad Harlem (e non vuole che compri con i suoi soldi i dischi dei «Bianchi di merda», nel caso in questione, Highway 61 Revisited di Bob Dylan…); Linda Keith, esemplarmente interpretata da Imogen Poots, lo forma e rinasce nella narrazione con una ciclicità matriarcale; Kathy, aka Foxy Lady, lo ama come si amano le rockstar e l’attivista Ida lo condizionerà più del santone della Windrush Generation, scherzato dall’irriverente Jimi nel nome del Power of Love.

 BenjaminAll is By My Side è un tocco autoriale nella successione filmica: la seduzione delle voci fuori campo, i ripetuti e quasi didascalici inserti narrativi, i primi exploit psichedelici, l’incanto tattile delle dita sulla tastiera isolate dai rumori della performance, le Fender che suonano elettriche senza amplificazione e mute collegato il jack, Jimi in dissolvenza sul letto d’ospedale che ricovera Foxy Lady. E il film avvalora poi lo straordinario lavoro sulla caratterizzazione vocale di Andre 3000 Benjamin, dall’hip-hop a questa eccellenza interpretativa.

 La pellicola sviscera quello che forse non sapevamo escludendo ciò che tutti già sanno (compresi, e diremo “Finalmente!”, gli stancanti abusi di alcool e droghe) per una biopic diversa, più colloquiale e ancora lontana dai grandi riflettori. Inversamente, avremmo certo amato un po’ più di musica, ma gli eredi hanno negato al regista l’utilizzo del repertorio originale di Hendrix per una pellicola diventata quindi musically underwhelming.

 Eppure penseremo proprio a un raro inedito di Hendrix, l’eterea Send My Love to Linda, per la migliore metafora di Jimi, All is By My Side: suonata senza voce, nascosta da Woodstock, iconoclasta, offerta a Linda Keith. Le aveva già dedicato Red House, rispose che Keith Richards lo fece con Ruby Tuesday: «Voi rockstar vi esibite davanti a mille persone e non sapete essere sinceri con una sola». Amen.

 Jimi, All is by my side (Gran Bretagna, Irlanda, USA 2013, biografico 118’) di John Ridley, con André Benjamin, Hayley Atwell, Imogen Poots, Ruth Negga, Andrew Buckley

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Tags: André 3000André BenjaminHayley AtwellImogen PootsJimi HendrixSwinging London
Fabio Disingrini

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