Gennaio 2017: L’amore e la violenza. Marzo 2018: L’amore e la violenza vol. 2. Le due ultime creazioni dei Baustelle sono apparse così, a brevissima distanza, come tuono e saetta: stessa origine, fascino diverso e un discreto numero di persone a contare il tempo tra l’uno e l’altra. Ma quali sono poi queste persone? Qual è il pubblico che, con gli ultimi due album, il gruppo è andato acquistando? Con queste domande in mente ci si può far largo nel mezzo di un ideale concerto e, con una curiosità del tutto empirica, voltare le spalle al palco e osservare quel che vedono Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini mentre suonano. E forse anche mentre scrivono, dato che sembra abbastanza chiara la volontà, soprattutto col volume 2, di lasciarsi guidare da quel che al pubblico è piaciuto, di proseguire un sentiero visibilmente segnato e intuitivamente vincente.

 

In prima fila, e in proporzione senza dubbio prevalente, c’è la ragazza col cappello a tesa larga anche di sera, anche al chiuso e anche se il pubblico dietro di lei, per via di quel cappello, meriterebbe quasi il rimborso del biglietto. Solitamente di famiglia agiata, buona studentessa di buon liceo, di sana e robusta costituzione, alla falda-dotata basterebbe un impulso vitale minimo per essere, non dico felice, ma almeno serena. E invece finisce per concentrare le proprie energie in un’elefantiasi di psicopatologie quotidiane, preferisce «ridere quando la tocchi» e «fingere quando sorride», diventare una Betty dalle dipendenze fittizie e dalle relazioni instabili, così ostentatamente alternativa da diventare prevedibile. «Non esiste differenza Tra la morte di una rosa E l’adolescenza», canticchia spesso fra sé. «Non conosce differenza Tra il fiorire di una rosa E la decadenza», scrive su una pagina del suo diario, forse in un tatuaggio nascosto, sicuramente sotto una foto su Instagram, filtrata a dovere per un effetto polaroid poco riuscita, perché la sofferenza è un po’ meno reale se non c’è nessuno a cui farla apprezzare con un doppio tap.

 

Poco più in là, ufficialmente detrattore della suddetta, segretamente suo ammiratore, lo studente di filosofia innamorato della propria voce, prototipo esemplare di mansplainer che vorrebbe avere il carisma di Bianconi sul palco, ma per ora ne condivide solo la mancanza di umorismo. Sui vari «Pomiciare una troietta qualunque» e «Fottere una donna», sulle «Due virgole di sperma sulla schiena» e sul «Succhia bene sputa o manda giù» ha sentito legittimato il proprio irriducibile sguardo predatorio sul mondo femminile, oltre il politically correct che cerca di imporsi senza troppa convinzione quando parla e scrive. Si irrita quando l’amico, collega di lettere, gli fa notare i riferimenti colti che compaiono come rivoli d’acqua tra i terreni carsici dei testi dei due album. Nel mezzo del concerto si sente urlare nell’orecchio: «Piove su immondizia e tamerici Sui suoi cinquemila amici: capisci? D’Annunz e Facebook! Il postmoderno in due versi ballabili!». Oppure: «Goethe!», gli dice secco l’amico durante Il vangelo di Giovanni, aspettandosi una domanda di chiarimento che non arriva e continuando sul filo di una spiegazione non richiesta: «Il mistero del colore delle cose. Goethe. Teoria dei colori». Sul momento le spiegazioni lo irritano, dicevamo, ma poi appena può apre Internet e approfondisce le ricerche, perché in effetti a Goethe non aveva pensato ma la connessione gli sembra interessante, e la farà presto passare per un pensiero proprio, con nonchalance autocompiaciuta.

 

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Tra le altre allusioni letterarie di cui l’amico avrebbe potuto discutere, se solo fosse stato meno insistente e intempestivo, c’è quella scoperta alla Casa di Asterione nell’ultima traccia del Volume 2, i quasi sei minuti di piano, voce e sintetizzatore del Minotauro di Borges. Sul riferimento a Salgari in Caraibi avrebbe sorvolato – troppo immediato – per sottolineare piuttosto un altro passaggio del brano: quel «Meriti tramonti intramontabili Crociere dei Caraibi Serenità», che sembrerebbe un augurio inequivocabile, non può non riuscirgli stridente con Una cosa divertente che non farò mai più e la demolizione wallaciana del mito ameno della crociera caraibica (e «Ti ha lasciato un figlio Foster Wallace tre maglioni» è un verso di Basso e batteria, nel volume 1, nota attento). Riguardo a Eros in agonia di Byung-Chul Han sarebbe rimasto all’oscuro anche lui invece, non ne avesse letto nelle interviste a Bianconi: ne ha condiviso senza riserve l’immagine di un amore “in negativo”, come matrice in cui l’ego si annienti per far spazio alla forma dell’altro, ma ad essere sinceri non gli è parso che L’amore è negativo esprima fino in fondo le potenzialità di quel pensiero.

 

Sul margine inferiore della scala anagrafica siede l’adolescente ai primi conflitti con l’autorità materna, che nei testi dei Baustelle ha trovato un rifugio conturbante e inevitabilmente fascinoso: nel bi-volume le è sembrato quasi di vedere, oltre che ascoltare, le proprie contraddizioni interiori, in forma di «spiagge bianche e deturpate», di una «Biancaneve tra milioni di maiali» e di «autobombe e pane». Ma non si nasconde che a rassicurarla sono soprattutto le tracce cristologiche che in fondo non rompono affatto con l’immaginario in cui è stata cresciuta. Deve ancora comprenderne bene il senso, si dice, ma in fondo le fa piacere che ne L’era dell’acquario compaia «anche il Messia Pregando nel Getsemani», che il signore sia lodato in Jasse James e Billy Kid e che L’amore è negativo si chiuda con due versi come: «Non sacrificare Isacco a Dio Salva tuo figlio muori al posto suo».

 

Di questo giro di note e parole crede invece di aver capito il senso il trentenne neo-padre, che ai Baustelle è affezionato dai tardi anni ’90 ma che sente di esserne stato davvero rapito solo ora. Sarà l’esperienza della paternità ancora fresca, sarà la prospettiva sul mondo completamente rivoluzionata, ma non può leggere l’amore e la violenza del doppio titolo se non in riferimento alle emozioni assolute, assolutamente contrastanti, attraversate diventando padre. «La vita è forte: L’emozione, i figli, la maternità, Guerra e pace e piagnistei. La vita è super, soldi e roba e fame e sete e siccità, fiumi di spermatozoi», canta riconoscendo ne La vita i giorni convulsi intorno alla nascita di propria figlia. In Ragazzina ama invece proiettarsi come in un futuro di dolcezza non troppo lontano: «C’è il diluvio vengo a prenderti di corsa Ti chiedo ‘dove andiamo?’ A vedere i brontosauri e le balene In un macrocosmo fisico e lustrale A sentire le canzoni e le sirene Non lasciarci più». Lui stesso sa che i Baustelle erano soliti avere uno sguardo sulla contemporaneità meno privato, critico ad ampio raggio, politico in modo anche caustico: ne ricorda tra tante Il liberismo ha i giorni contati, Spaghetti Western e La canzone della rivoluzione. Ma sa anche – ha imparato a capire – che il ripiegamento in un nucleo familiare e relazionale minimo può non equivalere a un disimpegno sociale senza ritorno, rappresentandone piuttosto una declinazione su diversa scala.

 

Quello che la giornalista rampante nota invece, nel passaggio dal volume 1 al 2, è l’allontanamento della contemporaneità, presente nel primo anche solo come basso continuo e quasi del tutto esclusa dall’ultimo album. Lo scorso anno era stata colpita dalla presenza degli anni dieci in un gioco di dripping crono-cromatico: il «bel profilo» di Betty, le sue «belle fotografie» e i «messaggi al mondo», sebbene studiatamente equivocabili, non erano riconducibili ad altro che all’impero di Zuckerberg; in Eurofestival la guerra avanzava dalla Turchia all’Albania; in Lepidoptera l’odio passava la frontiera; nell’Era dell’acquario si evitavano musei e metropolitane «per sopravvivere alle stragi». Era la violenza insomma, con la sua inevitabile contingenza. Il volume 2 sembra essere piuttosto l’amore, sospeso e fluttuante.

 

Fluttuante al punto da riuscire a ispirare anche il settantenne capitato al concerto per un errore di prenotazione, compreso solo davanti al botteghino del teatro e accettato come una proposta del destino. Ascoltando Lei malgrado te gli è sembrato di rivivere alcuni triangoli amorosi del suo passato, quando sentiva di non poter «vivere lontano dall’amore». Si è rivisto nell’uomo tanto perso in vagheggiamenti sentimentali da non ascoltare «il gelsomino che chiedeva l’acqua», come in Perdere Giovanna. Ha rivissuto i giorni esaltanti dei Tazebao e pensato con amarezza: «Ha un fascino discreto La borghesia È ancora vero Mamma mia». Soprattutto, ha creduto di riconoscere in A proposito di lei («Prende ciò che sei Senza dare mai», «Lei, solo sciocchezze fai per lei», «Tu con lei, guardi vetrine e stai con lei») una versione aggiornata di Per Elisa («Lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole lei», «Lei ti ha plagiato ti ha preso anche la dignità», «Per lei ti metti in coda per le spese»), e non smetterà di suggerire Bianconi e Bastreghi come la versione aggiornata di Battiato e Alice.

 

L’informatico-bassista, già allineati i due album sul suo scaffale in ordine alfabetico, ha apprezzato molto il gioco di pieni e di vuoti, di rimandi e simmetrie disattese che corre tra La musica sinfonica nel primo disco e La musica elettronica nel secondo. Testo, bellissimo testo la prima. Solo sintetizzatori nella seconda. Come a voler porre una domanda senza aspettarsi una risposta univoca, come ad esaltare il valore dei silenzi all’interno di un dialogo. Gioco che si affianca a quello dei pezzi strumentali di apertura: Love nel volume primo, inclinato verso la violenza; Violenza nel volume secondo, declinazione multiforme dell’amore.

 

Sarebbero ancora tanti i tipi umani da immaginare, descrivere, fissare su una foto di gruppo in pose plastiche e toni disarmonici – stile copertina dei Mistici dell’occidente, tanto per rimanere in tema. E sarebbero tanti soprattutto perché in questi due anni il pubblico dei Baustelle è visibilmente cresciuto, almeno a livello numerico. Individuare una sola causa per questo fenomeno non renderebbe merito al carattere politropo del gruppo e dell’intera loro carriera. Escluderei subito l’ipotesi del disimpegno, che rivela la parzialità superficiale di tutte le ipotesi troppo facili, troppo veloci a formularsi, troppo immediate per sopravvivere alla prova di un ragionamento approfondito. È vero: si ascolta di «profughi siriani costretti a vomitare» e si ha la sensazione che anche il lato più oscuro della storia di oggi, quello a cui si fa fatica a guardare con leggerezza, quello che indigna, che dovrebbe indignare, che dovrebbe – lui sì – costringere a vomitare, venga fagocitato in un immaginario estetico decadente in cui niente scuota davvero, in cui crisi umanitarie, disastri politici e storie d’amore autodistruttive siano accostabili con nonchalance. Tra tanti esempi possibili, vengono in mente i quattro versi di apertura de L’amore è negativo: «Chiama Hitler, chiama Donald Trump Tienimi ancora in vita accanto a te Mischia Erode, Giuda, Manson, l’I Ching Vieni a vedere che bel sole c’è». Però, c’è un però. Chiedere alla musica di fare da mera eco all’attualità sembra una richiesta fuori tempo massimo, se mai ci sia stato un tempo opportuno per questa pretesa. Il cantautorato italiano dei ’60-’80 ha dialogato molto e molto costruttivamente con la realtà politica dell’epoca, traendone linfa e ispirazione. Tuttavia la faccenda, oggi, è più complicata. Faccio mie le parole di Emmanuel Carrére nel descrivere alcuni passaggi della storia di Limonov: «Chiedo scusa, non mi piace questa frase. Ma purtroppo spesso è vera. In questo caso lo è. La faccenda è più complicata». Il pensiero debole che, da Nietzsche, Benjamin, Heidegger e Wittgenstein, si è propagato nella società di massa turbocapitalista ha determinato un’esplosione di posizioni e, soprattutto, non-posizioni, che non si può chiedere alla musica di ordinare o fare proprie. Che i testi dei Baustelle non facciano da eco all’attualità, come si diceva, ma piuttosto da eco all’eco che l’attualità produce sulle vite personali, che insomma la Storia sia mescolata alla storia con giustapposizioni insolite ed esteticamente raffinate, sembra essere la migliore declinazione possibile di impegno concessa a questo panorama disgregato. E se si ammetterà che la disgregazione sia avanzata a passi rapidi dall’inizio dei Duemila a oggi, sarà anche facile comprendere l’evoluzione dei Baustelle dall’inizio della loro carriera ai due ultimi album.

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Il sottotitolo del Volume 2 è Dodici nuovi pezzi facili. Che sia piuttosto la facilità la causa di un successo a più ampio raggio? No e sì. No perché nei testi rimane una costruzione metrica e linguistica tutt’altro che facile: rimangono chiasmi e preterizioni, rime interne e consonanze che sarebbe bello analizzare per dar conto dell’utilità, spesso sottovalutata e invece del tutto attuale, degli strumenti retorici e prosodici. Ma seguendo il precetto classico per cui ars est celare artem Bianconi ha regalato strofe che della facilità mantengono l’aspetto esteriore. Strofe facili da cantare, a patto di avere un minimo di abilità mnemonica. E soprattutto strofe facili da ballare. La facilità è infatti ancor più accettabile come concausa del successo se considerata in relazione alla sonorità dei due dischi. Indubbiamente anche in questo caso il risultato non sarà casuale, bensì figlio di un consapevole studio, di un calibrato dosaggio di campionature e melodie suonate. Le sonorità elettroniche funzionano da perfetto gancio per catturare l’attenzione e per invadere la mente, come da migliore tradizione melodica e «oscenamente pop» (per citare la definizione “d’autore” attribuita a L’amore e la violenza).

 

Se a qualcuno sia mai capitato di assistere a un concerto di Franco Battiato (peraltro uno dei maestri più volte riconosciuti da Bianconi, insieme a Piero Ciampi e Fabrizio De André) saprà che verso la fine della serata si innesca un’immancabile catarsi che avvicina (anche fisicamente) il cantante e il suo pubblico. Fino a due terzi di esibizione Battiato canta le sue poesie e chi assiste lo segue seduto, sognante, ispirato. Ma quando il maestro tira fuori la pianola è il momento di Centro di gravità permanente, di Cuccuruccuccù o di Voglio vederti danzare, e allora anche le gambe meno agili e le teste più incanutite iniziano a dimenarsi, a portarsi sotto al palco e a ballare senza troppi freni inibitori. Perché la musica leggera è così: coinvolge in prima battuta le emozioni, le sensazioni, gli istinti. Se dunque i nuovi pezzi dei Baustelle possono dirsi facili è perché proprio a quelle sensazioni hanno deciso di rivolgersi, con più insistenza e direi quasi irriverenza, e inevitabilmente con maggior successo di quando in primo piano erano le parole.

 

Il pubblico (un pubblico più ampio e trasversale, preciserei, ché il proprio pubblico il gruppo l’ha sempre avuto, come dimostrano il disco d’oro per La malavita e I mistici dell’occidente e quello di platino per Amen) si è avvicinato ai Baustelle perché i Baustelle si sono avvicinati al pubblico. Lo hanno fatto mantenendo un’identità inconfondibile, pur smussando alcune punte concettuali e spingendo il piede sul pedale di sonorità leggere. Ora, una domanda interessante sarebbe: se è vero che i Baustelle del 2018 piacciono a un più ampio pubblico, si può dire che questo ampio pubblico piaccia ai Baustelle? Ricordo una riflessione di Umberto Eco nella quarta delle sue Sei passeggiate nei boschi narrativi: parlando dei suoi libri e del rapporto che essi instaurano con i “lettori empirici”, l’autore nota che «sino ad alcune decine di migliaia di copie […] si incontrano di regola lettori che conoscono perfettamente il patto finzionale. Dopo, e certamente oltre il primo milione di copie, si entra in una terra di nessuno dove non è detto che i lettori siano al corrente del patto». Ecco, è molto probabile che parte del nuovo pubblico non sia completamente al corrente della poetica, per dir così, dei Baustelle, del patto estetico che negli anni hanno intessuto con i propri ascoltatori. Ed è altrettanto probabile, dall’altro lato, che le accuse di snobismo rivolte al gruppo abbiano delle solide fondamenta. Ciononostante, l’impeto creativo degli ultimi due album sembra dimostrare a pieno la polisemia dell’aggettivo latino felix: non solo ‘felice’ (di una felicità spensierata che non va tanto per il sottile), ma ‘gradito’ (ai tipi umani di cui sopra, solo minima parte di un bacino eterogeneo e in continua espansione), ‘fortunato’ (di una fortuna che si autoalimenta e che la band ha saputo riconoscere e incoraggiare), ‘ricco’ (dal passaggio battente alla radio ai concerti sold-out il passo è breve). Un po’ come Francesco Bianconi, che vive a Isola da prima che il quartiere milanese si gentrificasse e esplodesse di bar e locali, così i Baustelle hanno percorso le strade della musica “indie” prima che l’“indie” diventasse “mainstream” (il riferimento a categorie pruriginose non è puramente casuale): non resta, a questo punto, che fidarsi del loro fiuto di rabdomanti di musica e di stile, rimanere in equilibrio tra attrazione e scetticismo verso quanto piace al grande pubblico, e vedere che vita ci sarà dopo L’amore e la violenza.