Abide with me: fast falls the eventide. In questo verso intonato a pagina 124, nella chiesa della immaginaria contea di Holt, Colorado, è situata l’intera anima del romanzo di Kent Haruf, Crepuscolo, ultima uscita de La trilogia della pianura, edita integralmente per NNE. La traduzione del salmo combacia quasi perfettamente con i versi citati da Henry F. Lyte in esergo («Resta con me! Scende il crepuscolo; / l’oscurità si addensa») e scorta il lettore fino all’ultima pagina.

Dopo Canto della pianura, in questo nuovo romanzo si ritorna a Holt, incontrando vecchi e nuovi personaggi a carte rimescolate: se prima i fratelli McPheron ricoprivano un ruolo marginale, ora sono loro al centro della scena, così come accade, a parti invertite, a Tom Guthrie e Maggie Jones, protagonisti nel libro precedente, qui relegati a una decina di pagine in tutto. Tralasciando una schiera immensa di figure secondarie la trama si snoda su tre filoni principali: la vicenda dei già citati fratelli McPheron, fattori, e della giovane Victoria Roubideaux, che, lasciata in Canto della pianura incinta e accolta dai due vecchi, ritroviamo qui in procinto di partire per l’università con la figlia al seguito; seguono i problemi famigliari di Luther e Betty Wallace alle prese con i Servizi Sociali e uno zio violento che non riescono ad allontanare dalle loro vite; ed infine c’è DJ, giovanissimo orfano chiuso in se stesso che vive assieme al nonno e che intreccia un legame fatto di crescita e silenzi insieme a Dena, figlia della vicina.

Tempo e luogo della trama sono in accordo con la trilogia: lo spazio è la cittadina del Colorado, connotata come luogo geografico fortemente chiuso e inaccessibile. L’orizzonte di Holt è un orizzonte che chiama a suo modo la tradizione arcadico-bucolica nella misura in cui si pone come limite ben preciso per le azioni dei personaggi, divenendo insieme teatro e limite. Lo spazio è dunque circoscritto e ha confini precisi; solo ciò che li oltrepassa verso l’interno prende forma, mentre chi esce si attesta in una posizione quasi fantasmatica che manda di sé solo echi (Denver, la “grande capitale”, è ad esempio evocata solo un paio di volte come a distanze siderali). Questo “recinto” è sintomatico inoltre di una condizione che grava su tutti i personaggi e che si lega al tempo della narrazione, a sua volta vago (a Holt si vive in un presente indefinito): i personaggi della trilogia non possono uscirvi, sono automaticamente annientati, narratologicamente parlando, nel momento in cui varcano il confine in uscita. L’esempio calzante è la giovane Victoria che nelle prime pagine del libro decide di intraprendere l’università a Fort Collins: non viene detto nulla su quello che fa, sulle persone, sulla sua nuova vita, l’amore che incontra, come lo incontra e tutto il resto; neppure quando chiama per sapere come stanno i vecchi fratelli alla fattoria Victoria nomina quello che accade fuori dai confini di Holt. Ciò sembra suggerire l’evidenza di una centralità dello spazio come protagonista: la storia personale di Victoria, che uno scrittore come Franzen avrebbe raccontato dettagliatamente, non entra nella trama perché non fa parte dello spazio inquadrato dalla narrazione, quel che sta fuori non interessa, provocando così un ancoraggio alla cittadina e alle sue figure che, sebbene sia un intento dichiarato, rischia di impoverire la profondità potenziale della narrazione lasciando a chi legge molta curiosità insoddisfatta.

Ciò che infatti potrebbe infastidire una certa categoria di lettori è la modalità in cui, nel tentativo di perseguire questo realismo da città, Haruf si concentra ossessivamente sulla naturalezza degli atti, gesti e reazioni dei personaggi, perseguendo una scrittura «quanto più vicina all’osso» che, volendo ridurre al minimo il romanzo, perde però nella struttura dell’intreccio. Non è ben chiaro infatti lo scopo dei tre filoni narrativi che non sono totalmente separati (i rispettivi protagonisti da un dato momento iniziano ad incontrarsi), ma le cui intersezioni non provocano impatti significativi per lo svolgimento delle singole storie. Resta da capire, come credo, l’intenzione metodologica che ha spinto l’autore a sviluppare una focalizzazione multipla senza dare un input coerente alla narrazione: se i personaggi che si incontrano non lo facessero i risultati sarebbero identici. Dunque a che scopo generare intersezioni improduttive, brevi e concentrate tutte sul finale (quasi come se si volessero presentare i personaggi singolarmente nei loro contenitori prima di poterli vedere interagire)? Forse sarebbe stato più coerente con una simile esigenza di realismo dimostrare come, anche se apparentemente inutili, i contatti in un mondo paesano quale quello di Holt avvengano in continuazione, senza aver bisogno di tempi di decantazione. Haruf perciò non sembra affatto intenzionato a cercare l’intreccio sorprendente, il colpo di scena: molti degli arrivi, degli incontri e delle situazioni sono già facilmente intuibili da parte di un lettore attento.

Tematicamente parlando, all’interno del discorso nessun argomento prende il sopravvento imponendosi come centrale, se non una generale e diffusa solitudine umana nei confronti della vita. Seguendo sempre il paragone arcadico-bucolico, totalmente assente da questo romanzo è la dimensione oziosa e limpida della vita agreste: imperativa è invece l’etica di un lavoro che ricorda maggiormente le erga esiodee se non più efficacemente l’ora et labora benedettino, del quale la parte religiosa, sebbene presente, non è mai messa in evidenza. Catarsi e distrazione, l’attività concreta è sublimazione e devozione insieme, la praxis che governa le azioni note, ripetute e quotidiane, pare elevarsi a unico mezzo concreto per contrastare i pesi della vita, forse vero antagonista di rilievo nel testo.

Ciò che infatti tormenta i protagonisti, come nella migliore tradizione americana, non è altro che la vita stessa, i problemi risiedono nel quotidiano: famiglia, rapporti sociali, amore, incidenti a volte mortali. Senza tirare in ballo tematiche più dense, Haruf regredisce a denotare il semplice stare al mondo come una delle cose più complesse a cui fare fronte. Il crepuscolo diventa così una figura chiave, come detto all’inizio, per comprendere i meccanismi del romanzo: le difficoltà incombenti sono l’oscurità che incede alla quale – e questo sì, è un imperativo chiaro dell’autore – si deve e si può porre rimedio.

Ogni richiamo, ogni presenza posta nella narrazione sembra infatti emergere da una penombra che, sebbene non sia l’oscurità del terrificante, pare conservare in sé un forte alone di mistero dovuto all’ignoto. D’altronde, qual è l’essere umano che possiede tutte le certezze? In ogni caso, i toni tragici sono del tutto assenti da una tessuto che non fatichiamo a dire ricco nel suo registro linguistico vario e nervoso, in una serie di dialoghi secchi e decisi (mancano i segni di interpunzione a segnalare le battute dei personaggi, limitate dalle virgole e incluse quindi nel flusso del testo; procedimento non nuovo, ma pur sempre inusuale, adottato, tra gli altri, anche da José Saramago) che tengono ben presente la lezione di Hemingway. La tragedia è assente anche quando si palesa con la morte, il dolore non è quello straziante dei capelli strappati (cosa che, quando accade nel testo, ha invece quasi del comico) ma è quello del silenzio. Dice bene il New Yorker nella sola breve considerazione che si può trovare su Crepuscolo: «Every action in Holt casts a long shadow, and the gist of Haruf’s story is what happens when those shadows touch. (The results are equal parts grace and calamity)».

Un dato quindi è certo: in questo libro si racconta l’estrema difficoltà dell’esistenza, si vuole sottolineare come l’umano sia fragile e spezzato fin dalle sue origini, ancora prima che l’esperienza affondi i suoi colpi. Ma c’è di più, la miglior qualità dell’umano, dice Haruf, è proprio la sua fragilità, per questo non ci sono eroi, non ci sono forti e per questo vince chi in realtà si mette a nudo, nella sua insicurezza, come il vecchio Raymond:

 «Victoria entrò nella stanza per vedere come se la stesse cavando il vecchio e osservò la tavola. Viene qualcun altro? […] Chi è?
Una persona che ho conosciuto
[…] Sta venendo a cenare una donna? […] Perché non me l’hai detto?
Raymond le voltò le spalle. Non lo so esattamente. Mi sa che avevo un po’ paura. Non sapevo cosa ne avresti pensato.
[…] Non capisco perché non mi dici quando viene qualcuno a cena.
Oh diamine, tesoro, è solo uno sbaglio da vecchio, capisci? Un vecchio che non sa come fare una cosa che non ha mai fatto prima.»

L’autenticità che si riscontra e che infonde originalità a queste pagine sta nella efficace dimostrazione che viene data della verità umana: nessuno sa come crescere, nessuno sa come affrontare le prove davanti a cui è posto, ma, altra frase chiave per l’economia del libro, «ogni essere vivente a questo mondo prima o poi va svezzato». Il dato curioso però è che questa inesperienza ed incapacità che regola gli atti dell’umano è tanto chiara per l’autore da immetterla in ogni personaggio, accomunando  indistintamente le varie fasce di età.

A proposito di quanto detto e a causa di una concordanza geografica con Haruf, può facilmente sorgere alla mente la figura di John Fante con i suoi italoamericani alcolizzati. L’atmosfera e lo stile, a tratti, combaciano in effetti, dando vita a svariate analogie, ma al di là dell’assenza del folklorismo indotto dalle radici abruzzesi dell’autore di Full of life, una differenza con Haruf nel contesto che stiamo trattando mi pare sostanzialmente attiva: nell’ambito della crescita individuale dei personaggi è chiaro come in Fante siano rigidi i rapporti gerarchici familiari governati da sentimenti forti di ribellismo e sovvertimento, i quali, però, non fanno altro che confermare l’esistenza stessa di tali rapporti. In Crepuscolo invece ci troviamo di fronte, come ho già detto, ad una disomogeneità anagrafica solo apparente: l’inesperienza che giace alla base delle azioni umane abbatte ogni barriera imposta dall’età. Ecco dunque peculiare di questo romanzo un’inversione costante tra “vecchi” e “giovani”, dove i primi molto spesso si trovano in condizioni di disagio derivate dall’insicurezza dei gesti e delle reazioni, dal “non saper come fare”, affermazione tipica dei giovani, i quali, al contrario, sono costretti dalle contingenze a crescere prima del tempo. Questo romanzo a parti invertite genera quadri a volte ridicoli, a volte penosi, in un ricco affresco del sentimento umano che riesce a oltrepassare i propri ostacoli.

Perché se c’è una lezione che Crepuscolo vuole dare è che la vita è una novità incessante che pone i suoi attori di fronte a continue prove, per affrontare le quali i mezzi in nostro possesso sono costantemente inadeguati, così a undici anni, così a settanta. Dunque non esiste un’età della saggezza, non esiste un tempo di quiete e governo sulla propria esistenza, ma tutto il tempo è pervaso dalla nervosa irrequietezza (a tratti paura) del nuovo e del cambiamento, che scende ogni volta come un diverso crepuscolo, appunto.

Nonostante tale inadeguatezza e oltre i pesi che gravano sulle spalle di ognuno, i toni della narrazione sono pieni di vigore, sono toni di fede nella capacità di reazione: il crepuscolo di Haruf è un momento rigonfio di speranza, gli atti e le parole riescono spesso a infrangere i muri di chi tace e, seppur con difficoltà, la stasi che accomuna silenzio, morte e notte, viene sbloccata, con un movimento minimo che dà però l’abbrivio a più ampie risoluzioni. Se da un lato la vita è un martello che picchia sulla nostra incudine, Haruf afferma con una taciturna ma costantemente serpeggiante vitalità che ognuno può trovare i mezzi per resistere a questi colpi: il balzo nervoso, il gesto prodigioso per superare l’ostacolo è possibile e riesce (quasi sempre) secondo le più rosee previsioni. Tutto il libro, a ben guardare, è pervaso da un senso di leibniziano ottimismo, che viene persino citato non troppo oscuramente da Raymond stesso, il personaggio-emblema del riscatto umano: «Va tutto benissimo. Questo è il migliore dei mondi possibili, non è vero?».

Crepuscolo dunque non ha il suo fuoco nei problemi, ma nelle soluzioni, non guarda alle cause, ma alle reazioni. Molti dei protagonisti sono infatti presentati senza essere indagati né nel loro intimo né nel loro passato, molte delle cause che danno adito alle loro azioni non sono dette. Ciò provoca un numero notevole di domande che non trovando riscontro nella narrazione sono destinate a cadere nel vuoto, lasciando un po’ di amaro in bocca a quel lettore che vorrebbe verificare le cause “storiche” di ciò che vede raccontato. Tuttavia risulta lampante come rivolgersi al passato non interessi all’autore: egli è tanto concentrato sul presente e nell’indicazione del problema contingente, quanto lo è nel mostrarne le possibilità di risoluzione. Con uno spirito da perfetto bianco americano e religioso Haruf pone la salvezza “in avanti”, nella fede che aiuta a superare la notte, facendo di Crepuscolo un romanzo positivo, pieno di vita (Full of life, appunto), che trova nei valori umani basilari, nella condivisione del sentimento, nella comprensione, e, cosa piuttosto inusuale da riscontrare oggi, nella gentilezza, i cardini su cui impostare un umana catena che richiama il Leopardi de La ginestra, su cui fondare una fede nell’uomo il cui primo monito è lo stesso messaggio dell’esergo con cui si apre e chiude questo libro: resta con me.

Crepuscolo è una reazione a questi tempi bui, un libro di consolazione, che non parla di religione, ma profondamente religioso, radicato in quel cristianesimo da ordine minore che fa della fratellanza uno dei suoi principi cardinali. Haruf dimostra in questo libro la capacità di guardare alla lezione dei maestri e ritradurla nel grandangolo della propria visuale recintata. Crepuscolo è un’opera ossimorica, inadatta a lettori voraci o a agnostici convinti, lenta nei tempi, scattante nei dialoghi, in cui si cerca la pienezza a causa del vuoto dilagante, un’opera che ricerca la luce proprio nel momento in cui la tenebra avanza. L’idea stessa del crepuscolo diventa un ritornello polimorfo nel libro: dopo l’incipit la si ritrova nel testo, sotto forma di preghiera, nel nome di un luogo, nel finale; esso è un momento di passaggio e preparazione i cui sconvolgimenti l’uomo deve inserire negli argini che costruisce insieme ai suoi compagni. Tutti questi caratteri rendono Crepuscolo il libro completo e scorrevole di un uomo che, nel solco narrativo di autori come Cormac McCarthy e sui toni della Pastorale americana di Philip Roth, ha contribuito a sviluppare la spazio concreto di una moderna mitologia americana.


HarufKent Haruf, Crepuscolo, vol. 3 Trilogia della pianura, NNE, Milano 2016, 315 pp. 18€